Il Maniacale e il suo vissuto

(storia di carla)

tratto da:  Il Delirio Maniacale, in “Psiche”, ed. Borla, anno I n°3, 1993.

di Massimo Adolfo Caponeri (Camepsi)

il dottor Massimo Adolfo Caponeri (Camepsi)

Quella mattina si svegliò che era così presto, dopo appena un paio d’ore di sonno tranquillo, senza neanche il disturbo dei sogni. Eppure si sentiva così fresca, riposata, sveglia: anzi, molto di più. Avvertiva addirittura una sensazione strana, palpitante, all’interno, che forse avrebbe potuto chiamare felicità: ma come si fa a essere sicuri di una cosa che non si è mai provata? Pensò che utilizzare le ore, che ancora mancavano all’inizio del lavoro, nell’attesa dell’alba, della luce del nuovo sole, fosse una scoperta meravigliosa. E piano piano ebbe l’impressione che tutta l’atmosfera si caricasse come di magia, di nuove intuizioni che apparivano come scoperte radiose. Pensò a quelle storie ormai così divulgate dalle mode degli ultimi anni, a proposito di quello che gli orientali chiamavano “illuminazione”, “samadhi”. Ma lei era sempre stata così religiosamente cattolica, che avrebbe preferito parlare della Grazia. E sì, è inutile tentare di schermirsi con la modestia, l’umiltà; al contrario sarebbe stato un peccato d’orgoglio disattendere e non riconoscere questa Benedizione. Era così, dunque: Dio era entrato da qualche parte dentro di lei, ed ora era anche tutto intorno. Non si vedeva niente di diverso, ma Carla aveva sentito Dio, era in compenetrazione con lui. Uscì di casa in anticipo: e come avrebbe potuto rimanere ancora! E fuori…sempre più presenti le rivelazioni di Dio ovunque, in ogni goccia di sole che attraversava le mille incrinature dell’atmosfera e si adagiava su ogni oggetto. Avrebbe rivelato a tutti la scoperta di Dio e della felicità; tutti dovevano partecipare di questa estasi, di questo senso assoluto finalmente manifesto.

A scuola

Così a scuola, dove per tanti anni aveva ripetuto ai ragazzi sempre le stesse lezioni con noiosa precisione, quel giorno cominciò a trasmettere il messaggio delle sensa­zioni divine. Era facile d’altronde, era così felice: sarebbe bastato che gli altri si fossero adeguati al suo umore, poi tutte le questioni della vita si sarebbero risolte da sé, e anche l’apprendimento delle lezioni da quel momento sarebbe stato rapidissimo, perché trasmesso attraverso l’amore divino. Eh sì, i ragazzi sono sempre un po’ riottosi e recalcitranti a tutto, a cominciare dallo studio. Però questa volta piano piano cominciavano a ridere e a divertirsi dell’insegnante. Vero è che ad un occhio più critico il divertimento dei ragazzi avrebbe potuto sembrare bizzarro e sospetto; ma invece per Carla era come un buon segno, un buon inizio. Eppoi, che strane osservazioni i colleghi: non l’avevano mai vista così truccata e con tanti colori addosso. E’ naturale: cosa ci sarebbe stato da celebrare prima, nella vita senza colori di tutti i giorni?

Un matrimonio

Un matrimonio che avrebbe dovuto finire già appena cominciato. Ma come avrebbe potuto sfidare la riprovazione dei propri genitori, i pettegolezzi dell’entourage, la condanna del marito stesso che non avrebbe mai accettato per l’immagine pubblica una separazione. Eppure era proprio lui la causa del loro fallimento. La trattava con superiorità, la offendeva; e se lei provava a dire qualcosa negli ultimi tempi diventava anche violento. Non era proprio cattivo; in fondo era infelice, non aveva un buon equilibrio, ma non lo avrebbe mai ammesso: lui sì che si credeva un padreterno, e guai a contraddirlo. Certo, cosa ci sarebbe stato prima da dover festeggiare con bei vestiti, trucco e colori? Il tailleur solito bastava per la vita di sacrificio di tutti i giorni. Con due figli ancora piccoli e il suo senso religioso, dopo un primo momento, non aveva più pensato a separarsi per tutti i quindici anni di matrimonio.

Ora a quasi quarant’anni

Ma ora, a quasi quarant’anni, chissà! Forse ora, con la presenza di Dio, tutto poteva diventare possibile. Anzi, forse proprio questo era il significato: bisognava occuparsi di tutti, non più solo della famiglia. Ecco che sempre più si chiariva il senso di una “chiamata”. Era stata finora la dimessa moglie borghese, rispettosa di tutte le esigenze domestiche e familiari, la madre tranquilla e costantemente premurosa e solerte, la seria insegnante che aveva sempre rappresentato un esempio di rettitudine e dedizione. Ma nessuno sospettava né conosceva il senso di depressione che abitava profondamente dentro di lei. Lei stessa non ne era per niente consapevole. E così trattava come normale abitudine la mancanza di piacere e interesse che riguardava un po’ tutte le cose, che pure faceva con puntiglioso senso del dovere. Le sembrava naturale pertanto sentirsi così spesso stanca, tanto più giustificata da quelle ricorrenti crisi di mal di testa, che rendevano così difficoltoso il concentrarsi e il pensare.

Un vuoto dentro

Un vuoto dentro

E tutte le volte che avvertiva come un vuoto dentro, un’assenza di sentimento e di emozione che la distraeva dagli impegni quotidiani, si sentiva subito come in colpa, e si convinceva di non essere adeguata e di non valere molto. Questi ultimi sentimenti di colpevolezza e autodenigrazione, poi, venivano ormai considerati come giusta espressione di un buon atteggiamento religioso, che inclina verso la modestia e il timor Dei; e mai avrebbe immaginato che tutto questo potesse avere un significato diverso e un nome clinico. E dunque in breve tempo Carla, da donna perfettamente integrata ed esemplare, trovò la propria “realizzazione” come frenetica suffragetta della fede. Lasciata la famiglia trovò ospitalità presso un gruppo di persone con forte impegno e militanza cristiana. Data la stimabilità di cui godeva non le fu difficile essere accettata come volontaria presso l’Ospedale Maggiore della città. Non aveva mai avuto una vita così piena e vibrante. Appena uscita da scuola…via ad occuparsi dei suoi malati, a cui offriva non solo il suo ispirato conforto, ma anche ogni sorta di piccoli doni. Eppoi, la sera, con i compagni del gruppo. E la notte era bello far tardi a programmare i più svariati progetti di assistenza e di catechesi.

Il diario della Felicità

E la mattina prima della scuola aveva ancora molto tempo, giacché la presenza di Dio le aveva concesso il miracolo di un sonno breve e concentrato. Così poteva annotare nel “Diario della Felicità” tutte le rivelazioni importanti che si succedevano senza tregua. Sennonché piano piano cominciò ad incontrare sempre più l’opposizione delle persone, che purtroppo rimanevano refrattariamente chiuse nei loro mondi. Perché avevano da ridire se aveva regalato un televisore per rallegrare una stanza di malati, o se aveva fatto arrivare piante fiorite a scuola e nella comunità dove abitava? Perché non avrebbe dovuto comprarsi un’auto nuova? Ora ne aveva bisogno, con tutti gli spostamenti che doveva fare. E la pelliccia: ma era la prima della sua vita!

Perseguitata

Lentamente si sentì come perseguitata: il preside, il marito, e da ultimo anche le compagne presso cui viveva (ma anche i primi cristiani lo erano stati!). E quel giorno, in cui finalmente aveva ceduto alle continue richieste del marito per incontrarsi; e lui che l’accompagna da una dottoressa, che a tutti i costi vuole ricoverarla, curarla: lei, che non era mai stata così bene in tutta la sua vita!

Il caso maniacale e il suo vissuto

Il problema terapeutico in un caso di Mania è molteplice. Innanzitutto bisogna considerare la difficoltà dell’approccio. Bisognerebbe tentare di mettersi dalla parte del paziente, di entrare nei suoi panni (ed è quello che mi sono sforzato di fare descrivendo la sintomatologia in forma narrativa), e capire peraltro che la mania è sempre correlata con la depressione, anche quando quest’ultima non si manifesta in modo clinicamente eclatante. (nota 1) E’ inoltre chiaro che il paziente maniacale non solo ha conseguito un senso di felicità e di trionfante soddisfazione, ma si è altresì liberato dal giogo opprimente di una sofferenza estrema. Mi sia consentito di rifarmi ad alcuni esempi portati da Freud, allorché in “Lutto e Melanconia” paragona lo stato di gioia, giubilo e trionfo della mania a quello di ‘un povero diavolo che è sollevato improvvisamente dalla cronica preoccupazione per il pane quotidiano perché gli piove addosso una grande quantità di denaro; o a quello che si prova quando una lotta lunga e difficile è coronata alfine dal successo, o quando d’un tratto riusciamo a liberarci da una pesante costrizione o da una posizione falsa in cui avevamo indugiato a lungo’.

Come dovrebbe reagire

Come dovrebbe reagire quel povero diavolo se gli dicessimo: “no, guarda, tutti quei soldi che ti sono piovuti addosso in effetti sono falsi; e comunque te li dobbiamo portare via”? Non ci vuole molto a immaginare che ci risponderebbe che siamo matti. E in effetti fu quello che Carla, come la maggior parte dei maniaci farebbe, si trovò a dire alla dottoressa e al marito. Tuttavia, con le buone o con le cattive (più spesso purtroppo con le cattive, e cioè con un ricovero obbligatorio), prima o poi una cura inizia; e così, prima o poi, le manifestazioni di questa “felice follia” tendono a rientrare. Si deve rimarcare che il graduale affievolimento dei sintomi durante la terapia non sempre procede pari passu con la stessa graduale comparsa di consapevolezza e di critica dell’episodio. D’altronde, per quanto concerne il vissuto del paziente, talvolta non è neanche auspicabile una risoluzione repentina, per crisi: bisogna abituarcisi lentamente alla percezione della follia.

Farmaci

Rivoluzione psicofarmacologica

E’ vecchia memoria che con la “rivoluzione psicofarmacologica” (scoperta dei neurolettici) l’iniziale entusiasmo terapeutico di fronte alla scomparsa ‘miracolosa’ di deliri e allucinazioni in pazienti ospedalizzati anche da molti anni fu spesso raffreddato dalla concomitante evidenza di un aumento dei suicidi. Certo nel caso del paziente maniaco è diverso, perché la processualità schizofrenica tende a stabilizzare la sintomatologia nel tempo senza una tendenza spontanea alla remissione, mentre uno stato maniacale in genere dura solo un certo periodo: non si verificherà quindi un risveglio dopo un sogno durato anni, ma semmai solo pochi mesi. Tuttavia anche alla remissione di un Disturbo Maniacale un presa di coscienza fin troppo presente e critica può preludere a un successivo rapido viraggio in una fase depressiva.

Fasi di passaggio

Si dovrebbe porre un’attenzione particolare proprio alle fasi di passaggio di tale stato, durante le quali è sovente possibile cogliere momenti di estrema lucidità; in taluni frangenti il paziente sembra vedere con chiarezza tanto le “follie” della mania trascorsa quanto la miseria e il vuoto del periodo di vita precedente. Freud, in “La sessualità nell’etiologia della Nevrosi” (1898, vol.2, pag.115), sostiene che ‘durante uno stato confusionale isterico, o durante episodi maniacali o melanconici, con i mezzi della psicoanalisi non si ottiene nulla. Tali casi possono però essere sottoposti al procedimento psicoanalitico dopo che le loro manifestazioni tempestose si siano placate per mezzo delle abituali misure terapeutiche”. Proprio in questi momenti un eventuale riferimento psicoterapico può avvalersi di una collaborazione farmacologica particolarmente attenta, visto che le “abituali misure terapeutiche” ora non sono più le stesse del tempo di Freud. Vogliamo inoltre dire che la stessa gestione farmacologica può essere informata dal vissuto del paziente e può divenire, per così dire, psicodinamicamente mirata: anche in questi Disturbi, le cui alterazioni psicopatologiche poggiano su indubbi correlati biologici, non disconosciuti neanche dal creatore stesso della psicoanalisi. (nota 2)

Attenzione psicodinamica

In altri termini, circa l’attenzione psicodinamica, proviamo a pensare se il processo di guarigione della Mania debba coincidere linearmente con il ripristino della condizione basale quo antea, o se talvolta possa essere proponibile una aspettativa diversa, anche in considerazione che lo stato precedente è stato precursore del successivo sviluppo patologico. Peraltro si osserva quasi costantemente che la remissione della fase euforica, considerata felicemente dal medico come un progresso verso la guarigione, non trova la stessa corrispondenza emotiva nel vissuto del paziente, il quale, in questa sorta di spegnimento, comincia ad avvertire per la prima volta un senso di malessere. Carla, ad esempio, aveva accettato di collaborare, a un certo punto. Si era affidata al “medico dell’anima”, e aveva dovuto far forza su se stessa per riconoscere anche una competenza terrena allo stato di Grazia, così come Gesù aveva indicato di non confondere il debito sociale con la fede, Cesare con Dio. E così la cura era iniziata: i colloqui, i farmaci, il controllo dei parenti.

Atmosfera ispessita

Ma ora, che cosa aveva quest’atmosfera così ispessita? Dove era finita quell’aria rarefatta e leggera attraverso la quale era facile e meraviglioso muoversi, mentre adesso tutto era più lento e pesante? I medici: come i farisei bugiardi! Doveva sapere che sotto gli atteggiamenti suadenti, che dietro le proposte ‘ragionevoli’ dei medici-scribi si nascondeva un imbroglio. Altro che occuparsi dell’anima! L’anima è una cosa leggera, libera, radiosa; e soprattutto non c’entra niente con la materia. Ecco che le medicine agiscono sulla materia, sul corpo, e pertanto sono veleni per l’anima. Come poter assistere all’agonia di quel che c’è di più prezioso, e addirittura farsene complice! E fra poco non avrebbe più avuto forza per niente, neanche per reagire. Bisognava resistere subito, sottrarsi a questa violenza.

L’azione del demonio

Anzi, ora diveniva evidente un’altra verità: l’azione del demonio. Come non averci pensato subito? Aveva studiato anche un po’ di chimica; tutti sanno che il sale deriva dal mare, ed è cloruro di sodio. E a lei avevano detto di prendere un altro sale, che non si trova in natura e non è presente nell’organismo: un sale prodotto dall’uomo. Ma questa era chimica luciferina: il Carbonato di Litio era il sale del Diavolo! E le gocce che metteva nell’acqua quando assumeva il sale avevano già un nome diabolico; bastava sillabarlo con forza per capirlo: butirrofenonealoperidolo. Come al contrario era semplice il contenuto dell’acqua santa rispetto all’elisir maledetto: Belfagor-Satan-Luciferolo. Non c’era altra alternativa, e tutto ridiveniva chiaro. Procurarsi dell’acqua benedetta e assumerla in dosi uguali insieme con grani di sale marino per contrastare il veleno.

Purificazione

Purificazione

Eh sì che aveva ragione, se fin dal primo giorno di questa purificazione aveva avvertito qualcosa cominciare a pulsare di nuovo dentro di lei.E il mattino seguente si era svegliata più presto e con una stanchezza certo più dominabile. Eppoi già nel corso delle ore sentiva sciogliersi l’incatenamento malefico dei propri pensieri e del proprio corpo. Meno male che aveva fatto in tempo, che la pozione venefica non aveva agito del tutto e poteva ancora liberarsene. Ed eco che l’attività ritorna, che il pensiero ricomincia a fluire più rapidamente, e le idee a susseguirsi. O… son di nuovo già troppe? E però, non è più come prima; il calore che sprigiona dal petto non fa più avvertire la stessa gioia, i colori delle cose hanno tonalità più scure, e…anche se in parte si ripresentano le emozioni e la frenesia, tuttavia l’incantesimo si è rotto. Ma come si può arrivare a pensare fino in fondo poi che il dottore stringa patti con il diavolo? La prima dottoressa, semmai, quella sì che aveva un aspetto da strega. Ma in fondo si fa per dire.

Sofferenza

Che sofferenza quando stava per ricadere nel “coma profondo”, quando assisteva allo spegnimento della propria anima. Ma a questa angoscia ora se ne aggiunge un’altra: quella della follia. E non si è più sicuri di niente, solo che si sta male. L’euforia non arriva più; arrivano solo tante idee che si intrecciano senza tregua le une alle altre, e non si sa più quali siano vere e quali no. “Forse può bastare il “sale strano” anche senza le gocce” ecco cosa il dottore le aveva risposto dopo che gli aveva riferito gli ultimi fatti e gli ultimi pensieri. Ma…basterà davvero? Ora non si sa più che cosa temere; ma forse, forse la follia è la cosa più brutta. Eppoi che vergogna rispetto a tutta quella gente che l’aveva vista in quel modo. Meglio rincantucciarsi quieta quieta, fuori dallo sguardo degli altri, meglio depressa; tanto poi c’era anche abituata.

Propensioni del medico e del paziente

E’ curioso come durante un trattamento spesso non concordino le propensioni del medico con quelle del paziente. In questi è quasi sempre eccessivo il desiderio di euforia e la resistenza alla “normalizzazione”. Ma talvolta è eccessiva anche la paura di un cambiamento, la sottomissione ‘rassicurante’ a un Io-ideale, che, restaurato in tutta la sua autorevolezza, si vendica severo imponendo un’esperienza depressiva. E’ inutile aggiungere come tutto ciò accada al di là della consapevolezza cosciente. E quando l’insight comincia ad affiorare l’iniziale soddisfazione del medico ancora una volta può non corrispondere al senso di perplessità del paziente, il quale ora appare come se si sentisse solo vacillare. Fu in uno di questi momenti che Carla ebbe a dire: – Mi accorgo di aver vissuto un periodo di vera follia e ne ho paura, perché potrebbe ritornarmi senza rendermene conto. Ma scopro anche che in precedenza ho sempre vissuto in un “coma profondo”. Non va più bene niente di quello che è stato prima né dopo. E ora come si fa?

Ora sono calma ma vuota

Adesso però sono calmissima: tanto calma che addirittura mio marito mi guarda con stupore. Sono calma ma vuota, priva di vita…. Guardo e non vedo, sento e non odo: non mi preoccupo di ciò che avviene intorno a me, e non ribatto alle cose che non condivido, perché ormai ho capito che è tutto inutile. Preferisco il silenzio, per la paura di cadere un’altra volta nell’euforia. Però, se le dovessi dire la verità, allora, da euforica, ero viva; mentre adesso, da calma, sono come un po’ morta, in una realtà senza speranza. Sto ancora ingrassando. Le medicine mi hanno resa calma, grassa e vuota”.

Superamento dell’euforia

Superamento dell’euforia

Sarebbe bello a questo punto pensare che una volta abbandonata la mania il paziente voglia compiere uno sforzo ulteriore e concepire un coraggio nuovo, per il quale, rifiutata la “fuga nella felicità”, voglia ora anche mettere in discussione il proprio assetto esistenziale di base e i propri modelli. Ma se il superamento dell’euforia comporta solo un viraggio in una nuova fase di depressione non si realizza certo un terreno favorevole a un’elaborazione più ampia delle problematiche di fondo. In pratica, anche se il paziente appare disponibile a una messa in discussione della fase euforica, tuttavia tale atteggiamento critico, emergente da una posizione depressiva, si costituisce secondo una modalità prevalentemente difensiva, legata alla paura, e in genere determinata da un assetto interno troppo rigido nella costituzione superegoica o dalla grandiosità dell’Io- ideale. E’ proprio il ripristino della potenza di un Io ideale che in condizioni di depressione determina la severità di giudizio e di condanna dell’atteggiamento elativo, che pertanto viene piuttosto considerato come “trasgressivamente peccaminoso” che criticato co me dereistico. In definitiva l’idea anche in senso più ampio di una coincidenza dell’atteggiamento depressivo con l’acquisizione di coscienza di malattia e di insight potrebbe essere rivista.

Una posizione lievemente “ipomaniacale”

Non è detto che una posizione lievemente “ipomaniacale” non possa invece essere talvolta più consona a una messa in discussione più globale delle proprie conflittualità interne. Un timismo più sollevato, infatti, con maggiore facilità accompagna l’affievolirsi di atteggiamenti difensivi, e talora inibenti e paralizzanti, correlati con sentimenti angosciosi o di paura, inerenti appunto la depressione. Proprio di tale regolazione “fine” del tono dell’umore dovrebbe tener conto l’intervento farmacologico, onde evitare, ad esempio, un ritorno basale troppo deflesso, e dunque una riduzione eccessiva del pensiero e delle capacità elaborative. In ogni caso il più delle volte è necessario seguire e saper sopportare alcune fasi di alternanza del timismo, che, in condizioni favorevoli, mostrano picchi sempre più ridotti, e che comportano continue oscillazioni da momenti di propensione verso la mania ad altri di cautela.

Remissione 

Dopo un lungo tempo di “remissione” Carla può esprimersi nel seguente modo:  …E’ stato un periodo in cui ho vegetato per paura di parlare, paura di pensare, paura di contraddire. Da qualche giorno però comincia a muoversi qualcosa dentro di me: ma tutt’intorno il quadro è catastrofico. E così io, invece di andare avanti, per timore, torno indietro di nuovo. Sennò, chissà, potrei aver voglia ancora di impazzire”.

Il buio e il sole

Vivere al buio, o tutt’al più in penombra, sommessamente. E all’improvviso il sole, ma non un sole comune: uno scoppio di luce che non è chiarezza, è vertigine. Ma che basta a far capire in un attimo che ciò che si è sempre conosciuto e considerato normale in realtà era assenza. E’ solo dopo aver visto il sole che si conosce la notte. E subito si impara che la luce è la vita, il sole il calore, il chiaro l’esistenza. E allora ciò che precede la luminosità è la non esistenza: qualcosa che non c’è, che non ha vita propria, così come non esiste in sé l’oscurità. Esiste solo la luce, mentre il buio e le ombre non sono che la sua mancanza. Pertanto, dopo la deflagrazione, nessuna notte appare più vivibile; e invece ineluttabilmente ritorna. E’ che l’intensità del bagliore a cui non si era abituati ha già accecato gli occhi e deformato lo sguardo. D’ora in avanti il buio si carica di tutto il suo significato negativo, nella ristrettezza dei movimenti e nella fatica dei gesti. La prima luminosità ha avviato una oscillazione periodica di colori e di assenze che non conosce zone intermedie. Come dilatare i tempi del crepuscolo e dell’aurora, come evitare un vorticoso alternarsi di accecamento e di notte? Perché, come si è visto, la luce appena conosciuta non rischiara ma abbaglia. Riscalda come una tentazione; poi fugge via di mano e lascia solo il gelo. Mani che annaspano dove prima pensavano di compiere giusti movimenti; occhi che soffrono di impedimento dove prima erano solo tranquilli di un limite.

Chi tira i fili

Chi muove i fili

Eppoi, chi muove i fili di tale scenario, e da dove viene? Non è forse quello che il dottore chiama Io-ideale, o, in altri momenti, Super-io? Una figura che si dissolve con il chiarore come un vampiro all’arrivo dell’alba. Una figura che torna incombente dopo il tramonto, come un padrone, come un despota vendicativo e spietato. Si sarebbe dovuto restargli vicino e non approfittare della sua assenza per rendersi liberi e impenitenti! Si dovrebbe sapere che per quanto sia grande il reame del giorno tuttavia non si può fuggire tanto lontano da eludere il tramonto. Fino a che, il giorno dopo, il despota svanisce di nuovo, e lascia che si indossino le sue vesti e ci si inebri di tutto il suo dominio. E c’è anche un curioso compagno d’avventura, che talvolta appare come un servo di poco conto, ma spesso si rivela intimo amico del tiranno, quasi suo portavoce, o consigliere sottile. Un compagno che cambia sembianze, ma persiste con la sua presenza nelle varie fasi. Può anche accadere nel tempo che, quale intermediario, si costituisca come interlocutore principale, quasi a sostituirsi al despota, se non proprio nel comando almeno nella trattazione. Un intermediario difficile ma costante. Chissà che non sappia anche opporsi al tiranno, o almeno che conosca altri sentieri?

Sviluppo maniacale

In altre parole, in certi casi è lo sviluppo maniacale che svela una condizione depressiva precedente, e che comunque la fa percepire; anche se in confronto con lo stato di elazione della mania qualsiasi altro stato può apparire come deflesso. In ogni caso dopo l’esperienza euforica il grigiore di una vita consuetudinaria non sembra più facilmente accettabile; e ciononostante tale appiattimento non può che ripresentarsi. Anzi, sul piano fenomenico quel che tende a proporsi è proprio una ciclicità eccessiva nei due sensi, senza riuscire a comporsi una giusta ampiezza delle fasi. Sul piano intrapsichico si alternano sentimenti di trionfo da parte di un Io che si sente liberato o addirittura identificato con il Super-io (l’Io e l’Io-ideale nella mania confluiscono insieme e si fondono) con altri in cui un Superio (Io-ideale) rigido, sadico e tirannico torna a sopraffare un Io sottomesso in fase depressiva. Anche l’immagine dell’analista oscilla nel vissuto transferale del paziente. A volte l’analista può venire relegato in un ruolo svalutato, oppure può essere temuto al pari dell’istanza super-egoica, alla quale può essere accomunato. E’ tuttavia importante la sua costanza; prima o poi, magari, potrà costituire l’appiglio per interrompere il circolo vizioso. La ciclicità, infatti, rischia di muoversi tra depressione e negazione della stessa, tra euforia e paura, in una sterile fissità circolare.

Un mare periglioso

Fra Scilla e Cariddi un mare periglioso attenta i naviganti. Il moto possente delle onde sospinge ora da una parte ora dall’altra, o tira indietro nei vortici tentando di capovolgere. Ma la colpa non è del mare; è dei naviganti che insistono a passare lo stretto come se non ci fosse altra via. Voglio dire: quante volte si cerca con accanimento la risoluzione di un problema che non si lascia risolvere? Si rimane fermi a una osservazione trasversale della questione e non si trova una via d’uscita.In campo matematico potremmo dire che ci si trova di fronte ad un tertium non datur. E’ dunque la bidimensionalità della questione che non offre alternativa: o una condizione o l’altra, o procedere o rinunciare. Si continuano a spostare i termini dell’enigma facendoli interagire tra loro come un puzzle che non torna. E non c’è niente da fare; l’equazione è senza risultato. Favorendo la scelta superegoica si va a scapito di una parte vitale. Se si propende verso l’Es e verso una libido orientata all’immediatezza e alla soddisfazione pulsionale, sia pure come immagine di un Sé ideale onnipotente, si attenta un equilibrio normale e normante. Da un certo vertice d’osservazione ogni tentativo può apparire fallimentare.

strada chiusa

Un vicolo cieco 

Eppure non ci vorrebbe molto a intendere che ci si trova in un vicolo cieco, in uno stretto non praticabile. E allora ciò che non si risolve, a un certo punto, può essere solo accantonato, superato: per essere rivisto poi da un altro angolo visuale, da un altro vertice. E’ come dire che l’unica possibilità è un’alternativa diversa, che non tocca neanche i termini del problema, ma la posizione di chi li affronta. L’unica possibilità è sottrarsi al flusso enantiodromico, per uscire fuori da e superare ciò che linearmente non trova soluzione. Ma al momento Carla trovava senza meta il suo viaggio, proprio come essere sballottata dai flutti, e non ci fosse niente da fare.

I farmaci e la filosofia

Che sciocchezze i medici, che prima ti curano coi farmaci e poi pretendono di fare filosofia! Come si fa a domandarmi come mai mi trovo in questo stretto? Forse che non devo più pensare allo stretto, tra euforia e depressione, tra la quotidianità terrena e l’estasi del divino? Eppoi che contraddizioni! Proprio il dottore che mi chiede perché non ascolto di più quel “qualcosa che si muove dentro”, piuttosto che porre l’attenzione all’intorno, al matrimonio, alla gente, ai miei doveri. Ma è evidente: non ho imparato proprio dalle cure che l’esterno è la realtà e quel che si muove dentro può essere di nuovo la follia che mi fa diventare maniacale? Va a finire che non ci capisco più niente e fra poco cambierò diagnosi: diventerò schizofrenica. E’ possibile che ora abbia valore il potermi ascoltare mentre quando ero maniacale venivo sempre contraddetta? No, meglio rifuggire preventivamente da ogni tentazione di misticismo e di illuminazione. Certo che mi attrae; ma il dottore non è mica un ‘maestro’, altrimenti non mi confonderebbe: mi ripeterebbe sempre le stesse cose precise come all’inizio. Non si metterebbe a raccontare aneddoti, proprio sullo zen inoltre, cioè sulle cose di cui mi occupo io. Vuol prendermi in giro? Com’era poi?

Il maestro

“Dopo che per dieci anni il maestro aveva posto tutti i giorni lo stesso Koan al discepolo finalmente questi diede la risposta esatta, e così fu consacrato iniziato. Il giorno dopo gli pose lo stesso koan, e ovviamente il discepolo fornì la stessa risposta rivelatasi esatta. Ma a questo punto il maestro lo cacciò dicendo: – non hai capito niente: come puoi fornire la stessa risposta di ieri al koan che ti pongo oggi? Forse che oggi e ieri sono la stessa cosa? Ma tu non ne tieni conto.” Comunque sia questa volta se anche dovessi sentirmi felice, aver pensieri sognanti e strane sensazioni, non lo direi più a nessuno. Solo al dottore, forse, ma con cautela. D’altro canto è vero che per gli altri conta solo ciò che si fa, solo quel che si vede. Se sono depressa a morte e non faccio niente in genere gli altri non se ne accorgono. In fondo potrei anche essere in preda alle più folli sensazioni, e ai più strani ed eccitanti pensieri: sarebbe lo stesso, purché non li raccontassi, o non mi comportassi in conseguenza ai miei sogni. Eh già, il dormiente vive la sua follia nei sogni in piena normalità, a meno che non sia sonnambulo. La mia follia dunque era tutto il mio agitarmi tra gli altri.

Caro dottore ti scrivo…

Scrivere al dottore

Ora che non vedo più il dottore dovrò scrivergli, perché penso che certe acquisizioni e le considerazioni che sto facendo mi derivano proprio da quel che ci eravamo detti. Mi considererà ancora malata oppure egoista e cinica se gli dirò che mi importa molto meno degli altri? Ma no: in fondo sono sempre ben disposta quando mi chiedono qualcosa. Ma qualche volta, ora, se mi costa un po’ troppa fatica, dico che non posso. D’altronde non era scritto: – ama il prossimo tuo più di te stesso!-. Egoismo…! Forse è solo che mi amo un po’ di più. L’altra sera, al circolo, l’avvocato mi ha invitata nella sua casa al mare. No, questo neanche al dottore lo posso dire. E…, dio che scandalo, è sei anni più giovane; però, obbiettivamente, non si vede molto. Non mi sento più in colpa. Che sia questa la vera pazzia? E comunque sono anche un po’ triste, di tanto in tanto. Certo avrei sperato di più: la fede, un matrimonio stupendo, dei valori incrollabili. Eppure, anche questa nuova coscienza è in qualche modo un’illuminazione; come ad esempio accettare la contraddizione tra il mio privato e la maschera sociale. No, non sono felice: ma sono molto più serena. O forse dovrei ancora continuare i colloqui con il dottore? Ma poi, anche lui, conosce la mania e la depressione; ma sa qualcosa della felicità? O non ci porremmo una questione troppo grande per entrambi? Penso che al momento possiamo già essere contenti di esserci fermati qui. In fondo gli ho dato ragione; non sono più né depressa né euforica. Non sono più nello stretto: sono altrove, rispetto a quel passaggio. Non resta che metter mano alla penna:

“Caro dottore dell’anima…”

 

Note

nota 1

Da un punto di vista psicodinamico, per quanto riguarda Mania e Depressione, possiamo asserire quanto segue:

– Sul piano economico osserviamo che sia nella Depressione che nella Mania si determina un accumulo di investimenti libidici, che nella Depressione figura come ancora legato (regressione della libido nell’Io), mentre nella Mania, o a conclusione del lavoro melanconico, appare libero (regressione della libido alla fase del narcisismo).

– Sul piano topico in entrambe le manifestazioni abbiamo a che fare con un Super-io (o Ideale dell’io, o, forse meglio, Io-ideale) estremamente rigido, sadico e tirannico, e dunque arcaico, e in rapporto disarmonico e conflittuale con l’io, che si trova in posizione di ambivalenza.

Ricordiamo Freud in “Lutto e Melanconia” (1915, vol.8, pag.113): “…ci viene imposto di estendere la spiegazione analitica anche alla Mania…L’impressione è che la Mania non ha contenuto diverso dalla Melanconia, che entrambe le affezioni lottano contro il medesimo – complesso -; presumibilmente nella Melanconia l’io ne è stato sopraffatto, mentre nella Mania riesce a padroneggiarlo o a metterlo da parte…Il Maniaco ci mostra inequivocabilmente di essersi liberato dall’oggetto che lo aveva fatto soffrire”.

Citiamo ancora da “L’Io e l’Es” (1922, vol.9, pag.514). “Se consideriamo la Melanconia troviamo che il Super-io ultrapotente che si è accaparrato la coscienza infuria violentemente e senza pietà contro l’io. Ciò che ora predomina nel super.io è una sorta di cultura pura della pulsione di morte, la quale in effetti riesce abbastanza spesso a spingere l’io alla morte, a meno che l’io non si difenda per tempo dal proprio tiranno mediante la conversione in mania”.

In “Introduzione alla Psicoanalisi”, lezione 31 (1932, vol.11, pag. 174): “…nella Mania…l’io si trova in uno stato di beata ebbrezza, di trionfo, quasi che il Super-io avesse perso ogni forza o si fosse fuso con l’io; e questo io maniaco, divenuto libero, si permette realmente senza inibizioni il soddisfacimento di tutti i suoi appetiti”.

Stesso concetto era già espresso anche in “Psicologia delle masse” (pag.319): “E’ fuori discussione che nel maniaco l’io e l’Ideale dell’io sono confluiti insieme, per modo che, in uno stato d’animo di trionfo e di contentezza di sé, non turbato da alcuna autocritica, la persona può rallegrarsi della mancanza di inibizioni, riguardi e autorimproveri…Quando qualcosa nell’io coincide con l’Ideale dell’io si determina sempre una sensazione di trionfo”.

nota 2

Come si può leggere ne “Il disagio della Civiltà” (1929, vol.10, pag.570). “Anche nel nostro stesso chimismo devono esserci sostanze che producono risultati simili (a sostanze esogene tipo alcool o droghe); conosciamo infatti almeno uno stato patologico, la Mania, in cui si produce tale comportamento affine all’ebbrezza senza che sia stato somministrato alcun tossico inebriante”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *