Delirio: il sogno nella veglia

(il vissuto persecutorio tra desiderio perdita e colpa)

di Massimo Adolfo Caponeri

– 1 –

Non è chiaro il motivo per cui in talune occasioni si sviluppi un vissuto persecutorio. (nota 1)

Molte osservazioni sembrano porlo in connessione talvolta con un senso di colpa talaltra con un sentimento di perdita e di vuoto.

E peraltro tali eventi, perdita e colpa, di per se stessi, non appaiono come prettamente patognomonici di un Disturbo Paranoico.

Nel caso in questione, ad esempio, da quel che ho potuto raccogliere, gli aspetti iniziali potevano apparire nella forma di una grave depressione.

Per altri versi sembravano contenere un senso di maggior distacco dalla realtà, quale si riscontra nella depersonalizzazione.(nota 2)

Ma…preferirei raccontare; e sul racconto cercare di intendere; e, perché ciò possa avvenire, anche cercare di immedesimarsi un po’.

  • 2 –

Si provi a pensare a una sera qualsiasi, nell’orario di chiusura delle fabbriche e di uscita dal lavoro: l’orario del rientro.

Una sera di scarse luci, e alberi disadorni posti come cornice discontinua tra un viale ingombro e il marciapiede dissestato.

Una sera di fredde stelle e di poco vento: una sera…ostile.

Si provi a pensarci un uomo, in questa sera, su quel marciapiede, che si avvia, loden chiuso e sciarpa avvolta fino alla nuca, in direzione del metrò per il rientro.

Si provi a pensare a un sentimento raggelante di estraneità, un senso improvviso di vuoto: così assoluto, da non potersi neanche esprimere come angoscia.

Dopodiché a un vissuto di totale inconsistenza che si spande anche al di fuori dei limiti della propria persona.

E così si scioglie diffusivamente anche l’ultima fugace sensazione, che era stata avvertita come…perplessità.

Eppoi più nulla.

Solo l’apprendimento condizionato dei gesti ripetuti, che fa sì che l’uomo si orienti tra gli angoli da svoltare, il treno da prendere, le altre vie da percorrere, e le scale.

Fino alla porta di casa, e poi alla tavola, con gli altri.

Fino alle conversazioni consuete, e ai saluti della buona notte.

Fino al letto, con sua moglie, senza fare l’amore.

Fino al giorno dopo, con la strada percorsa a ritroso.

Si provi allora a pensare a un ufficio indifferente, a colleghi che passano col loro volto davanti a quello dell’uomo, e che esprimono smorfie strane e parole, che appaiono sempre meno comprensibili, ma alle quali viene comunque spontaneo e opportuno rispondere.

Che cosa poi non si sa: ma va bene lo stesso.

Si provi a pensare a un programma di lavoro che non si comprende più, ma viene svolto in “normale” efficienza.

O forse è proprio il lavoro che ha ormai perso ogni creatività da tempo, e non ri­chiede che automatismi ripetitivi.

E tra i colleghi Francesca, che fa di tutto per evita­re di incontrare il suo sguardo.

Più ancora: sembra comportarsi come se lo vedesse per la prima volta; o, meglio, come se non ci fosse.

Nel corso della giornata, poi, la sensazione di estraneità si rafforza e si estende a tutto, lui compreso.

Ma talvolta si accompagna a un sentimento, che muta dallo stupore fino alla diffidenza, perché…se pur rimanendo tutto come d’abitudine, tuttavia, ormai, lui è diverso.

E così il mondo di poco prima assume tutt’altro significato, tutte le cose e le persone intorno appaiono con luce diversa e in una dimensione nuova.

Si provi a pensare.

  • 3 –

Quando non usava il metrò percorreva abitualmente in automobile la circonvallazione davanti al Cimitero.

Ma mai prima di quella volta gli era capitato di imbattersi in un funerale che intralciasse la viabilità.

La presenza di un funerale, che avanzava a passo d’uomo imbottigliando il traffico, quel giorno, gli sembrò decisamente strano.

E…oddio le corone!

Portavano il suo nome.

Un caso di omonimia può capitare.

Ma che dire allora di quel gruppo di persone che seguivano il feretro agitando le mani, gesticolando scompostamente, quasi non sapessero trattenersi nell’atteggiamento di rito, fino a scoppiare di tanto in tanto in fragorose risate?

E come mai dopo il suo passaggio il carro funebre si era subito spostato, liberando l’ingombro, e la processione che seguiva aveva cominciato a diradarsi?

Si trattava certo di una finzione, messa in scena per lui, per significargli qualcosa.

Oppure si trattava di un brutto sogno, da cui non era comunque in grado di svegliarsi.

Già prima, come in un incubo strano e rarefatto, per qualche tempo gli era sembrato quasi di non esistere più, di muoversi tra gli altri come se fosse invisibile.

Tirava avanti la vita a stento, procedendo tra la famiglia e l’angoscia, tra il lavoro e l’indifferenza.

E d’improvviso aveva avuto l’impressione di leggere il proprio nome a caratteri d’oro sui paramenti neri.

Si era trattato di uno sguardo fugace, è vero.

Ma non poteva essere solo un’impressione, anche perché le caratteristiche del finto funerale non potevano che comprovarne la certezza.

Un messaggio di morte, organizzato chissà da chi e chissà per quale ragione.

E se finora un vissuto mortifero di estraneità e di vuoto gli aveva fatto perdere ogni interesse per la propria esistenza, adesso una minaccia così sfacciata e terrorizzante gli faceva recuperare, attraverso la paura, un primitivo istinto di sopravvivenza.

Avvertito in modo così concreto il timore della morte, subito diventava importante salvarsi la vita.

Non si poteva più credere a un sogno.

Poteva trattarsi di una pericolosa realtà, nei confronti della quale era meglio fare molta attenzione.

– 4 –

Quando usciva con Francesca era così preso dalla sua presenza che non si sarebbe accorto neanche di sua moglie, se gli fosse apparsa di fronte.

Quella volta che si incontrarono come due sconosciuti al Motel non si era neanche reso conto che stava piovendo, e si presentò in camera tutto bagnato.

Solo adesso sembravano riemergere i ricordi di una storia, che pareva sparita nel nulla, o mai stata.

E solo adesso tanti particolari trascurati, tante sfaccettature allora non notate, sembravano ricostituirsi nella memoria e ricollocarsi nella scena.

In quel Motel, per esempio: ora ricordava bene, gli sembrava ancora di vederli.

C’erano due uomini con gli occhiali scuri seduti nell’atrio, vicino all’ingresso, che parlottavano e lo guardavano in modo curioso.

E dopo…, più tardi, erano ancora lì, e si erano alzati dietro di lui mentre si avviava verso l’uscita.

Eh già, una volta fu proprio Francesca a notare un uomo con i baffi in un’auto targata Palermo, ferma proprio davanti all’ufficio; e ci aveva scherzato su, alludendo a questioni di mafia.

Eppoi quante volte, a ripensarlo ora, varie persone avevano tentato di metterlo in guardia, con frasi tipo: – stia attento a quello che fa! –

Oppure: – fossi in lei domenica non uscirei di casa, me ne starei tranquillo a riposare, …la vedo così stanco! -.

Altro che stanco: erano indicazioni precise.

Allora…era già spiato, e non se ne rendeva conto?

Diventava difficile stabilire se la persecuzione era cominciata dopo…,dopo il silenzio, dopo l’assenza.

O era già in atto prima, senza che lo sapesse.

Ma era proprio così, e non se ne era accorto.

Ora invece non doveva sfuggirgli più nulla.

Doveva rimanere ben sveglio.

– 5 –

Gli appostamenti, i segnali e le intimidazioni allusive ormai erano diventati una consuetudine, una continua presenza in ogni momento del giorno.

Quando usciva notava sempre automobili che stazionavano nei punti più usuali dei suoi percorsi o lo seguivano lentamente per via.

In qualsiasi luogo andasse, inoltre, la gente sembrava ormai informata della sua condizione.

Molti evitavano il suo sguardo, per non imbarazzarlo, oppure qualcuno ammiccava, e di tanto in tanto qualcun altro azzardava parole e accenni dal significato inequivocabile.

Si, ma….non ne era abbastanza chiaro il senso: tutte quelle comunicazioni non erano sufficienti per fargli intendere cosa fare.

Avrebbe dovuto ricevere precisazioni migliori, inviti più espliciti.

Doveva riconoscere che non era esperto, non aveva consuetudine con quelle forme d’intesa così particolari.

E invece cominciava a capire che avrebbe potuto salvarsi solo se avesse saputo decifrare il codice dei vari messaggi, e così aderi­re alle prospettive generali, e rientrare nei ranghi, essere di nuovo accettato e a posto.

Magari fosse stato solo un sogno, che scolora con la luce.

Anche un incubo può essere ben accetto, se al mattino svanisce.

Eppoi magari si scopre che qualche cosa di vero c’è anche.

In certi particolari l’evento persecutorio può anche essere provocato, in una certa misura, e in talune manifestazioni, indotto.

In qualche modo ci si può adoperare per determinare rimbalzi d’ostilità.

Un atteggiamento guardingo già richiama attenzione; e così un comportamento trop­po controllato e un fare indagatore evocano curiosità, stupore e sospetto.

La ricerca di un’avversione genera avversione a sua volta.

– 6 –

Eppure in altri tempi, neanche tanto lontani, aveva fatto anche sogni più belli.

Francesca aveva gli occhi chiari e i capelli biondi, lunghi.

Gli piaceva guardarla quando li portava tirati sulla testa, fermati con un petti­ne di tartaruga, per il pensiero che nell’intimità li avrebbe poi sciolti solo per lui.

E si era fatta lei avanti per prima, col suo vestito leggero e il sorriso da bam­bi­na, per presentarsi, il giorno del suo arri­vo.

Lei per prima gli aveva rivolto lo sguardo, gli aveva teso la piccola mano in un gesto di saluto, che pure comunicava di più, molto di più.

E la frenesia dell’incontro si era ripetuta ogni giorno, in una subitanea abitu­dine.

E le mani non salutano più, ma si lasciano prendere.

E così lo sguardo, che sfugge e poi afferra, fino alle proposte un po’ folli, che muovono da un giro di gonna, e invitano a vo­lare.

Si provi a pensare a una vita trascorsa nel rispetto di tutto: delle norme, dei legami, del dovere.

Una vita occupata a guadagnarsi la tranquillità onorando ogni impegno: tie­pide emozioni di una esistenza pattuita e concorda­ta in anticipo.

Fino a che una luce nuova e accecante infrange gli specchi, strappa i sipari della consuetudine, mostra, al di là della scena, copioni finora ignorati.

Mani e occhi seducono in un nuovo spazio colorato chi non aveva finora con­cepito intenzione.

– 7 –

Si presentò al Direttore Generale nell’orario di pausa..

Doveva fi­nalmente chiarire se la persecuzione aveva origine dall’ambiente di lavo­ro, così come era sua im­pressione.

Ma certo che lui doveva confutare tutto su un piano formale!

Non ci si può espor­re così, repentinamente, senza riguardi.

Confutava, il Direttore, e al tempo stesso ammetteva, su un altro piano.

– Nessuno qui trama contro di lei, tuttavia…; mi sembra che stia attraversando una profonda crisi spirituale.

E’ religioso? Perché non si rivolge a Padre T.?

E’ un cappuccino, che vive quasi come un eremita; un mistico.

Lui è certamente in grado di ridarle la tranquillità.

O sennò consulti un dottore; mi sembra esaurito ultimamente.

Le posso dare io personalmente un buon nominativo. Veda lei!-

Dunque esistevano due organizzazioni, due categorie d’apparte­nenza.

E ora era stato di nuovo messo alla prova.

Doveva scegliere in modo corretto, per dimostrare che aveva capi­to.

Ma non aveva la minima idea di quale fosse la parte giusta.

Si po­teva grossola­namente arguire un gruppo religioso e uno laico.

La scelta del frate avrebbe dovuto far propendere per una maggiore devozione, per una maggiore innocenza.

Anche se la mafia stessa è sempre ossequiosa della religione e della Chiesa.

D’altro canto non è che avesse pregiudizi di merito.

Non ne faceva nessuna questione ideologica.

Contava solo riconoscere il gruppo che avrebbe potuto salvarlo, bianco, nero o ma­fioso che fosse.

– 8 –

Ma no!

Il frate non sa nulla di tutto quanto accade.

Vuole sapere solo della fedeltà coniugale.

Gli si può ripetere che Francesca dopo l’estate gli aveva detto di restare amici, che si era accorta che in fondo non l’aveva veramente amato.

Che si era lasciata trascinare da una novità, da un momento di noia, forse dal rancore verso il marito.

Insomma erano rimasti amici.

O, meglio, estranei.

Si, perché…non erano mai stati amici, ma solo amanti, e allora…

Lei non aveva più voluto fare l’amore.

E d’improvviso era come se non avessero più avuto, o mai avuto, nulla da dirsi

Ma che c’entra questo con la questione per cui gli si era rivol­to?

Il frate forse stava prendendo tempo, per non sbilanciarsi subi­to.

Ma sembrava anche un po’ distratto.

No! Non poteva essere.

Doveva trattarsi di un’indicazione fuorviante.

– 9 –

– Sono stato inviato da quella persona.

Lei la conosce, vero, dottore?

Ecco, ne ero sicuro.

Finalmente so a chi devo rivolgermi.

Ora le dirò.

Anche se lei, com’è ovvio, saprà già tutto –

Sì; l’uomo aveva finalmente trovato il suo referente privilegiato, il tramite giusto per rientrare in contatto con l'”organizzazione”.

D’ora in avanti avrebbe potuto ritrovare tranquillità e sicurezza.

Pertanto qualsiasi parola dell’analista doveva essere assunta come un’indicazione da seguire con scrupolo.

– Ci vogliono tanti incontri?

Come li chiama, sedute?

Ci vuole molto tempo?

Come si chiama, analisi?

Che importanza ha! –

Non cercava altro che di imparare il gergo comune e i riti dovuti.

– 10 –

In un caso psicotico può accadere che l’analista (e non solo lui) venga subito in­clu­so nel sistema delirante del paziente.

In termi­ni semplici è come se ci si pre­sentasse un equivoco.

Solo grazie al quale, però, al momento, è possibile una re­lazione, una conti­nuità.

Pertanto dirimere precocemente l’equivoco può anche signi­ficare perdere ogni pos­sibilità d’incontro.

Eppoi la capacità co­municativa delle interpretazioni dovrebbe librarsi sulla potenza aerea della metafora.

Invece in un caso di psicosi le parole sem­brano solidificarsi nel pietrificante peso della letteralizzazione o della reinterpretazione concretistica.

Per esempio:

– Perché non può chiarirmi tutto adesso e dobbiamo invece incontrarci per un po’ di tempo? –

– Lo stato in cui si trova non può risolversi subito. Anche per un semplice raf­fred­dore ci vuole un po’ di tempo.

– Capisco. Vedo che sa tutto, anche del mio raffreddore che mi sto trascinando da un paio di giorni!-

Si può tuttavia parlare “apparentemente” d’altro.

Tanto ormai la persecuzione è sotto controllo.

E allora si può parlare di temi che sembrano lontani rispetto all’emotività del mo­mento: l’infanzia, i genitori, il lavoro, la relazione matrimoniale, Francesca.

E così, intanto, si può cominciare a narrare, a costruire una sto­ria.

Peraltro la presenza di un sintomo, di una idea, di una convin­zione, risponde a una esigenza precisa, sia psicoeconomica che di­namica.

In questo senso è vera, perché è necessaria.

Non si può dunque confutare tale verità, se prima non si chiari­scono e non sono te­nute presenti le cause e le motivazioni di que­sto bisogno.

Ma quale bisogno può motivare la costruzione di un delirio?

A quale accadi­mento si lega un’angoscia così forte da non poter es­sere tollerata, tanto da dis­solvere il senso e la ragione, e co­stringere a una ricreazione immagi­naria?

L’uomo, da una condizione di esistenza misera e disperata, esitata in un gelido sen­timento di estraneità, era passato a un’altra in cui una colpa non chiara aveva evo­cato minacce e persecuzione, secondo la logica di una condanna già formu­lata, an­che se non ne veniva esplicitata l’ac­cusa.

Il conforto di una situazione persecutoria, rispetto a un vissuto di catastrofe in atto, non è poi molto.

Tuttavia può far intravedere un barlume di speranza, nella possi­bilità di eludere la sentenza, o di confutare la colpa.

O comun­que di concedere un po’ di tempo, e in qualche modo illudere.

Poteva tornare alla mente Kafka: “La sentenza non viene d’un tratto; l’intero proces­so si trasforma un poco alla volta in sen­tenza”. (Il Processo, cap. IX°).

Ma poi quale colpa?

” Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una bella mattina lo arrestarono. ” (cap.I°).

Anche lui non aveva fatto nulla di male, e non era mai venuto me­no al dovere di lavoro né agli obblighi di famiglia.

C’era stata la storia con Francesca, è vero.

Ma non l’aveva saputo nessuno, e non l’aveva distolto da nessuno dei suoi impe­gni.

Una storia che ora non sapeva più se rimpiangere, piuttosto che rammaricarsi e pen­tirsene, tanto la perdita era stata agghiac­ciante.

Ci sono situazioni in cui il desiderio irrompe nell’usuale, prevarica la consuetudine, asserisce l’inconsistenza e determina la trasgressione.

Il desiderio, nel suo proporsi, attenta la sicurezza di un’abitudine, deflagra i ritmi consueti fuori dalle regole, per avverare realtà inedite, da realizzare al di là del pos­sibile e del conosciuto, fa sognare senza misura.

Per altri aspetti il desiderio nel suo emergere argina la ferita mortale di uno spegni­mento, riafferma la vivibilità come in un miraggio, attribuisce nuovo senso, oltre la ripetizione, oltre l’ordinario, oltre l’assenza.

Pertanto il desiderio introduce in un’area di cambiamento, flirtando con la sensa­zione di una fine e il gusto di un inizio nuovo.

E’ possibile che per tale motivo la sua irrealizzazione sancisca solo il vissuto di una perdita.

Ma che cos’è poi che unisce così spesso la perdita a una colpa, il desiderio stesso alla condanna?

Avrebbe potuto evitare tanta sofferenza.

Non avrebbe dovuto conoscere quella ebbrezza suadente e sconvolgente.

Avrebbe dovuto restare nella propria tranquillità.

E ora, magari, gli si voleva far notare una connessione sia pur temporale tra i fat­ti.

Ma non si poteva dimostrare nessuna connessione di causa.

A meno che non si voglia intendere come colpa l’aver conosciuto l’altra faccia della luna, e poi, di lassù, esser precipitato negli abissi, e aver perso, in tale cadu­ta, la luna e la terra insieme.

O più semplicemente si era trovato ad essere come un bambino spaventato, che ve­ste abiti più grandi di lui.

Ma d’altronde perché pensarci tanto, visto che da tempo aveva trovato protezione nelle sedute.

Anche se certe manifestazioni di controllo e di minaccia continuavano.

Attenuate, bisogna dire, ma…continuavano.

-11-

E’ naturale, durante le sedute, dar libero corso ai ricordi.

E che sensazione stra­na ricordare adesso la vita precedente il vuoto e la persecu­zione, la vita di un tempo!

Ma quanto tempo?

Era tutto così lontano!

A guardarla con gli occhi di ora poteva considerarla un paradiso, un paradiso per­duto.

E ora, seppure le cose cominciavano ad andar meglio, quel mondo tuttavia era cambiato per sempre.

Ora si doveva solo difendere, fare attenzione, sforzarsi di capi­re; solo per man­te­nersi in vita, come abbandonato al vento e al silenzio da un destino inutile.

In verità l’uomo era molto stupito nel dover riconoscere una qual­che relazione tra la storia con Francesca e la pena a cui era sot­toposto, perché non gli sembra­va di do­ver ravvisare una colpa pre­cisa e voluta.

D’al­tro canto non poteva non ritenere di aver commesso un errore, uno sbaglio, una sbadataggine, della cui portata non si era reso conto.

-12-

Da parte mia non posso che trattare come un sogno le cose che mi racconta.

Eppure, per lui, si tratta di una realtà assolutamente certa.

Ed è come se mi chie­desse di essere io a modificarla; e in qualche modo, curiosa­mente, arrivo a sentire che dovrebbe davvero spettare proprio a me un tale compito.

Ma non basta suggerire un sogno nuovo per rovesciare l’incubo.

Né bastano parole realistiche per convincerlo delle sue assurdità, almeno al mo­mento.

Bisogna ammettere che la sensibilità preconscia del Frate aveva toccato l’aspetto nodale della questione, a riguardo del desiderio e del divieto.

In quanto analista, io invece, avevo inizialmente dato maggior accoglienza all’angoscia.

Se, come dice Bataille: – Il vissuto passionale amoroso richiede da parte del sog­get­to…una sensibilità altrettanto grande per l’angoscia che fonda il divieto quanto per il desiderio che induce a infrangerlo -, il nostro uomo sembrava aver ignorato tanto l’at­titudine del desiderio quanto l’istanza censoria.

La perdita disvela il desiderio, poiché da quel momento rimane in­saturo.

La perdita stessa, in quanto limitazione, informa del divieto.

Al contrario, fintantoché esiste la possibilità di appagamento, l’assenza di tensio­ne può nascondere il desiderio all’amante; né, pertanto, il divieto può rendersi mani­festo.

Il suo palesarsi, nel nostro caso, aveva assunto la forma estrema della pena, la con­danna a morte del funerale, e, in subordine, la persecuzione.

Ma, prima ancora, la norma, l’organizzazione ordinata dell’esi­stenza, potevano considerarsi un divieto “immanente” e rispet­tato.

Un divieto “trascendente” sembra invece popolare il mondo deli­rante; che appare quindi costituirsi per l’impossibilità a soste­nere simultaneamente desiderio e di­vie­to.

– 13 –

Dunque questi “incontri” che avvenivano ormai da molto tempo erano certa­mente un rituale costoso ma necessario.

Attorno, di tanto in tanto, si muovevano ancora strane persone, o si verifi­cavano modesti episodi lievemente sospetti.

Ma si avvertiva tuttavia che si trattava di cose inefficaci.

La potenza protettiva del dottore era evidente.

Un Dio garante si contrapponeva al Dio geloso.

Non c’era neanche bisogno di tante parole, di tanti argomenti.

Bastava star lì, raccontare i pochi piccoli episodi salienti, ma in definitiva di scar­sa rilevanza, così, tanto per dire, tanto per dimostrare la propria attenzione, la propria partecipazione e il proprio apprezzamento.

E’ così che stava trascorrendo un lungo periodo, pieno di nebbia e di tempo, av­vol­to da parole inespressive come frasi registrate.

C’è proprio poco da dire. O forse non si vuole parlare molto.

A che serve, se non a turbare una quiete così sottile, un equili­brio appena rag­giunto e non ancora ben acquisito?

Si dovrebbe poter celebrare un rito in silenzio, che serva al man­tenimento della co­stanza e a trasfondere sicurezza.

Si dovrebbe non più chiedere, non più sapere.

E così restare fuori da ogni trasgressione, lontano dai desideri, al riparo dalle paure.

Ritornare alle abitudini consuete, alla “normale” felicità, in precedenza mai conte­stata.

E invece, come un dettame biblico, il destino si compie ineluttabilmente.

E dunque accorgersi…quanto effettivamente sia duro continuare il lavoro e far qua­drare lo stipendio; che non arriva a sufficienza, per la famiglia, le tasse, la te­rapia.

Accorgersi…che già prima della condanna a morte l’antico giardino incantato era solo la prigione dorata dove scontava da tempo una condanna a vita: la più sottile delle persecuzioni, la più raffi­nata tortura.

E’ questo il momento in cui il Divieto trascendente sembra rifluire in quello imma­nente di una realtà quotidiana vissuta come condanna.

E allora l’attesa dell’esecuzione, così massacrante, potrebbe prima o poi sollevare il boia anticipatamente dal suo impegno, of­frendosi come ultima tentazione l’albero della morte quale estrema liberazione.

In certe occasioni è difficile contrastare la tentazione del sui­cidio.

Si provi di nuovo a pensare alla routine di sempre: le scale, il metrò, l’ufficio, il me­trò, le scale.

E in aggiunta gli “incontri” con il dottore: nella routine, ormai, anche quelli.

Sempre con lo stesso silenzio.

Ma, ora… sembrava un silenzio diverso, un silenzio vuoto, non appagato, un si­len­zio pesante, un silenzio d’immagini.

E nessuno gli bada neanche più tanto.

Che strano, quasi ora la ricercherebbe un po’ d’attenzione, anche un po’ di tormen­to.

Non è già questo un riaffiorare del desiderio?

Ma non si colgono più accenni, allusioni, neppure una minaccia, o, che so, un sorri­so.

Solo il peso della vita, la difficoltà a reggere, e le pressioni economiche quale su­perstite ostilità molesta.

– Una riduzione di sedute! Ma per carità nessun aumento, pure se il prezzo è già basso, lo capisco.

Magari faccia qualche fattura in meno per le detrazioni! -.

Forse ci si poteva inimicare la protezione con tante richieste.

Ma quanto spesso poi la protezione stessa diventa un peso che si aggiunge agli altri e aggrava il carico già traballante delle pro­prie pene!

Diventa essa stessa richiesta vessatoria, espropriazione, minac­cia.

Anche l’obolo concordato della terapia sembra sempre più esprimere la forma espiatoria di un acquieta­mento sacrificale.

– 14 –

Da molto l’illusione dell’eden ritrovato è svanita.

E con esso sembra essersene andata anche ogni presenza.

Anche Francesca non c’è più da tempo.

Era rimasta così poco, e poi… un rapido trasferimento.

Ora non c’è proprio più, più per sempre.

E questo vuoto di persone e di sentimenti diventa la nuova condan­na.

Ma piano piano qualcosa si anima: è come un sordo rancore nei con­fronti del te­ra­peuta, che non è poi così onnipotente.

Oppure vuoi vedere, al contrario, che era alleato con gli stessi persecutori?

Da qualche tempo, infatti, la quiete familiare è attentata dall’arrivo di telefonate anonime, che si succedono frequenti a ogni ora e soprattutto di notte.

Questo riemergere dell’angoscia e della persecuzione obbliga di nuovo a parlare du­rante gli “incontri”, aumentando la vivacità del dialogo, ma a motivo di una maggio­re sofferenza.

Forse proprio questo si era desiderato.

Addirittura un espediente per interrompere il rito silenzioso e una volta benefico.

Lentamente si fa strada un’intuizione, ma si aspetta ancora di comprovarla.

Sì, il terapeuta è interessato alle telefonate.

E’ più accalorato negli interventi, ora che i timori si ripresen­tano e si moltipli­cano.

E’ lui stesso che partecipa attivamente alla cosa.

E’ lui stesso che la determina…è lui che telefona!

Un Super-io sadico e persecutorio, un Dio geloso, è finalmente ri­trovato ed è diret­tamente in rapporto con l’uomo.

Quanto alla colpa, questa appare di secondo piano al cospetto di una desolata soli­tudine: ma anzi, bisognerebbe inventarla anche se non ci fosse, pur di richia­mare ancora attenzione.

L’importante è che Dio si sia accorto, sia pur malevol­mente, dell’uomo, abbando­nato prima in un giardino di noia e poi in un deserto mortale.

Ciò che conta è che esista Dio, o chi per lui, che popoli la soli­tudine anche con la vendetta, che dia senso alla miseria quoti­diana magari attraverso il tormento, che faccia vibrare con ansia e paura una vita ormai deprivata di afferenze che tende a dile­guarsi da sé.

Forse per quanto mi riguarda può non esser conveniente il tenta­tivo di confutare la percezione di un destino avverso e ostile.

Realizzare delle cose in contrapposizione a tale sentimento: que­sto potrebbe es­sere il compito.

Talvolta è assolutamente inutile contrastare una sensazione avver­tita come in modo incontrovertibile, irrefragabile.

Certo nella persecuzione è possibile coglie­re l’espressione di un danno cau­sato at­traverso un’azione.

Parimenti anche le omissioni prodotte dall’indifferenza e dall’ab­bandono deter­mi­nano danni di uguale portata, ma di più difficile rilievo, di più evanescente in­divi­duazione.

Il mondo che non si da, o che illude nel proporsi e subito poi si nega, può di­venire invece un limite di estremo fondamento, addirittura una base d’appog­gio.

E però viene anche il momento in cui non si riesce più a soste­nere ulterior­mente un sogno senza smascherarlo, il momento in cui, costi quello che costi, si fa più forte il deside­rio di risveglio, l’impulso a determinarlo.

– 15 –

Una monotonia carica di abitudine e di silenzio era stata di nuovo scossa da avvi­saglie sotti­li, fruscii fuori campo, rumori che sempre più si condensano e si preci­sano: gli squilli intermit­tenti reiterativi e funesti del telefono.

Ed ora eccoci qui, con l’ultimo grande persecutore, che invece si sta già to­gliendo di scena.

Ma che gli viene in mente al dottore di dire che non è lui?

Che ha già fastidi ab­bastanza nell’orario delle sedute, ridotte di numero poi, e quindi più concentrate, e con quel poco guadagno.

Immaginarsi se si prende anche la briga e il tempo di formare il suo numero tele­fonico nei vari momenti della giornata, e soprat­tutto di notte, a scapito del sonno.

Ma come? Emissario divino, o anche solo di organizzazioni poten­ti, con pro­blemi di tempo, di soldi, di stanchezza, e attento ai propri desideri!

No! Non ci si può credere.

Sembra volersi svelare come persona qualsiasi, di inoffensivo can­dore, proprio co­lui che finora, e già da qualche anno, aveva retto i fili della sua esistenza e di tutte le trame che vi si erano av­vicendate.

Anzi, da ultimo si era potuto addirittura credere che ne fosse il creatore e l’arte­fice.

E ora, come d’improvviso, si toglie la maschera, mostra il proprio volto, simile, troppo simile, a quello dell’uomo, o addirittura a quello di Francesca!

Ma ci si pensa? Quasi un fratello nei sentimenti, con emozioni affini; un con­simile di uguale natura, un compagno di viaggio che prova alla stessa maniera.

Allora è stato tutto un imbroglio.

Oppure…è adesso che si consuma il più sottile degli inganni, il più subdolo degli stratagemmi: l’ultimo espediente, quello che do­vrebbe risultare di maggior effet­to.

In questo caso è bene parare il colpo, e anzi tornare a restaurare nell’autorità do­vuta e ripristinare nel massimo rispetto colui che, in errore, si era tentato di de­legitti­mare, prima con richie­ste eccessive, e poi con accuse certamente infon­date.

E pertanto, con rinnovata fede, tornare a riporre ogni aspettativa nei suoi con­fronti, così da ricevere, finalmente, la spiegazione e la soluzione di tutto.

Si deve capire se la richiesta, a questo punto, si fa perentoria.

Ormai il tempo è maturo, non si può procrastinare oltre.

Sennò, se la “grazia” non arriva neanche adesso, si può smettere definitiva­mente di pregare, e dunque la­sciarsi andare al proprio destino.

Sì! L’idea era stata quella di non ripresentarsi più, se non aves­se avuto adesso la ri­sposta chiara, risolutiva, definitiva.

Ma quale altro potente a cui rivolgersi avrebbe potuto ancora tro­vare?

Qualche volta, dopo lungo tempo di riflessione e di analisi, di­venta difficile cre­dere ancora ai sogni.

Piano piano, inevitabilmente, ci si deve rassegnare a una evidenza più terrena, più semplice, forse anche un po’ più squallida.

E allora si può cominciare ad accettare di più le interpretazioni, a comprendere meglio che, probabilmente, sotto la noia prima e l’estra­neità dopo, si poteva celare la sofferenza per le miserie, le me­schinità e le distruttività umane.

I misteriosi segreti della femminilità seduttiva di Francesca, at­traverso l’incanta­mento, avrebbero dovuto tirarlo fuori da una po­vera quotidianità, e invece lo ave­vano solo incatenato in una tra­sgressione per lui colpevole.

Ma, finita la minaccia punitiva per la colpa, la drammaticità con­sueta si ripre­senta con evidenza forse anche maggiore, come un’isola di quotidianità ripetitiva, senza paure, senza colpe, senza speranze… E…il de­siderio?

Anche Francesca ha solo agitato la gonna dell’illusione, ha mosso la sabbia e carezzato il vento, quando una sua noia sim­metrica e una sua tragica quoti­dianità tentavano nuove evoluzioni: piroette acrobatiche di trasforma­zione, al­ta­lena oscillante che poi ritorna indietro.

Non era an­cora arrivato a vedere fino in fondo il mondo nuovo, la felicità che aveva aspettato di vivere tutto il tempo che era durata.

Perché era du­rata appunto il tempo che aveva aspettato per co­minciare a vi­verla.

Eppoi subito è stato tardi; dal sabato al lunedì, con tanto stupore, e certo più suo che di Francesca.

Una domenica senza sole.

Fiori che hanno passato la loro stagione, e parole rimaste dove certo non sa­rebbero tornati insieme a riprenderle.

I reciproci sorrisi avevano sciolto la compagnia per il loro spettacolo.

L’ul­timo giro di giostra ha chiuso la tour­née.

E da ultimo l’uomo seduto dietro all’uomo, finora così inacces­sibile, imper­scrutabi­le, che a un certo punto diventa inappun­tabile nella sua evidenza realistica.

Certo, chi glielo fa fare, oltre al tempo che già impegna, ol­tre all’interesse che già concede, di mettersi a perseguitare, e per giunta fuori orario?

Gli interventi che sembravano cadere dall’alto e contenere in­dicazioni riso­lutive ora sono quasi battute bonarie:- Se dove era l’Es dovrebbe esserci l’Io perché altret­tanto l’Io non dovrebbe porsi al posto del Super-Io?

A meno che non si ritenga blasfemo potersi liberare di un “Dio geloso”-.

– 16 –

Non è con facilità che si può sopportare la perdita degli dei.

Il “Dio geloso” è creatore dell’uomo a sua immagine.

Ma ciò che evidente­mente perdona a se stesso non perdona ai suoi fi­gli: rapido nel giudizio, pronto alla condanna e incline al ca­stigo.

L’uomo così generato non può che muoversi tra l’anelito e la proibizione, tra il desi­derio e la riprovazione.

“Colpevole” acquisisce senso di identità umana, determina lo stato dell’uomo e la sua essenza terrena.

“Perdonato”, o temporaneamente liberato da colpa, è la voluttà concessa.

E così finalmente l’uomo, reso edotto della colpa, attraverso la condanna può diven­tare uomo.

Così Adamo comincia il suo lavoro, Edipo il suo viaggio, per­dendo pro­gressiva­mente i desideri strada facendo.

In ogni caso l’uomo che così si colloca nella finitezza di un destino e di un disegno imposti è sollevato dal compito di creare egli stesso regole e signifi­cati, modelli e senso.

E’ evidente che la presenza di un tale Dio quantomeno opprime.

Ma la sua assenza sgomenta nella solitudine e nell’abbandono chi, fuori dalla colpa, appare incapace di altri reperimenti e di nuovi destini.

E dunque precipita nella tragedia della vita, oppure, quando comincia a muo­versi nell’esistenza, inciampa nell’assurdo.

Di fatto il nostro piccolo uomo più semplicemente era stato scaraventato in situa­zioni impensate, sballottato di volta in volta tra indifferenza e tragedia, tra estraneità e colpa, tra ap­pagata consuetudine e incomprensibile as­surdità.

E di siffatti eventi, di tanto accadere, aveva avvertito solo le sensazioni emergenti come da un mare estremamente profondo, epife­nomeni di questioni troppo com­plesse: bianche schiume di superfi­cie agitate dal frangersi vano di onde cala­te su rocce impreviste.

Proprio non è facile trovare una mediazione tra la persecuzione di Dio e il nulla, tra il desiderio e la perdita.

– 17 –

Sono passati alcuni anni dal nostro primo incontro.

E’ giunto il tempo di lasciarci, di interrompere questa nostra abitudine, di termi­nare questo nostro rapporto.

L’esistenza è scandita da molte fini, come il mare da molte onde.

In un tale frangente si può sbagliare sia trattenendo troppo, sia lasciando andare con troppa leggerezza, prematuramente, così sopravvalutando le capacità di auto­nomia dell’altro.

E’ difficile cogliere il momento giusto.

Tanto vale sforzarsi per far diventare giusto il momento che si è deciso di coglie­re.

Accontentiamoci di una volontà che non vacilla più tanto, di una serenità più tran­quilla, di una solitudine più appagata.

Il rammarico di una felicità mai rag­giunta può essere sostituito dalla noncuranza per questo tipo di aspettativa, dal disinteresse circa tale richiesta.

Non è forse proprio l’atteggiamento proteso alla ricerca della felicità a rendere ancor più infelici?

Può darsi che esercitando solo curiosità, nei confronti delle cose della vita, di tanto in tanto, per un po’, anche la felicità si affianchi, come casuale compagna di viaggio.

Se invece la si ricerca direttamente c’è caso che si nasconda, chissà se per timi­dezza, capriccio o dispetto?

Si può credere che non sia un risul­tato molto entusiasmante ritrovarsi in una “normalità” tutto sommato piutto­sto pove­ra e comune, in un mondo che non è ma­gari propriamente ostile, ma certamente molto più estraneo e indif­ferente di quanto si potesse pensare in precedenza.

Ma si può essere almeno rasserenati dall’idea di un pericolo tanto grave ormai tra­scorso, e di cui si sono al­meno capite talune connessioni e dina­miche inesora­bili.

In qualche modo un’esperienza racca­pricciante ha anche permesso di deter­mi­nare i propri confini e rischiarare i pos­sessi, mentre in passato l’uomo sembrava saltel­lare ignaro tra dirupi scoscesi e bara­tri angusti.

Eppoi, più consapevolmente, poter trac­ciare da solo i limiti del proprio impero, cu­stodire in proprio le terre di frontiera, senza più deleghe scono­sciute a guardie di dogana invadenti.

D’altronde come si fa a mostrare feli­cità maggiori, come poter illudere di ulteriori terre promesse?

Anche Edipo esiliato a Colono, vecchio e cieco, percependo nella fresca mano di una giovinetta l’unico legame che lo tiene avvinto al mondo, può dire: “Io reputo che tutto sia bene. Nonostante tutte le prove, la mia età e la grandezza dell’anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene”.(cfr.Camus: Il mito di Sisifo).

Per ora posiamo accontentarci anche noi.

Possiamo tener presente la silenziosa gioia di Sisifo, che nega gli dei e solleva i macigni.

Dopo Adamo cacciato ed Edipo in esilio la condanna più disperata è proprio quella di Sisifo, che deve spingere senza posa un macigno fino alla cima di una montagna, dalla quale poi la pietra ricade per azione del suo stesso peso.

Deve così continuare un lavoro inutile e senza speranza, adoprandosi per nulla, senza nulla, mai, condurre a termine.

Eppure lentamente il destino gli appartiene e il macigno è cosa sua.

Anche la lotta verso la cima può bastare a riempire il cuore di un uomo.

Perché dunque non potrebbe bastare il rotolare de giorni, come Sisifo e il suo macigno, accettando il percorso tra la montagna e la valle.

Potersi sentirsi almeno un po’ più forte rispetto alla pietra, più temprato nella quotidianità.

Tra la salita e la discesa anche l’uomo può sentirsi superiore al proprio destino.

Soprattutto poi se si trattava di persecuzione e di colpa.

Inoltre l’accettazione di una sorte personale rende ancora l’uomo padrone dei propri giorni.

Sisifo che ritorna al suo macigno contempla quasi un destino da lui stesso creato.

Ed è inoltre anche vero, per quanto riguarda il nostro uomo, che taluni evitamen­ti, taluni limiti, possono sembrare come im­posti da una paura ancora pre­sente, che reclama barriere a difesa dei confini.

Tuttavia anche la consapevolezza di un limite può donare senso di libertà in una scelta, per contro a una disponi­bilità d’av­ventura senza controllo, che viene inibita solo dallo spavento.

E d’altronde…che ognuno estenda i propri margini per quanto gli è real­mente pos­sibile!

(Ma quanta percorribilità di spazio è real­mente concedibile ai propri desideri?)

– 18 –

Si provi ora a pensare a una cena di fine anno: rituale ricor­rente, consuetudine inevitabile, tra colleghi di lavoro, forse in ottemperanza alle vecchie abitudini, già fastidiose, dei tempi di scuola.

Il locale di media categoria è di rigore, come la cravatta, come i lunghi tavoli da ri­cevimento che, irreggimentando i commensali in posti determinati, stabiliscono la fortuna o meno della serata.

Riempiti i bicchieri si beve alla salute ora dell’uno ora dell’al­tro, cominciando, con la complicità dell’alcool, ad allentarsi la coscienza critica della situazione; e così diminuisce quel lieve sentimento di vergogna e aumenta il grado di soppor­tabilità reci­proca.

Poi, le mani pesantemente calate sui tavoli, si aspetta: le presentazioni che non si erano fatte all’inizio, gli ultimi di­scorsi.

E si aspetta anche dopo l’ultima portata.

Forse si può organizzare ancora qualcosa di diverso, finire la se­rata altrove, ac­ca­rezzare promesse inconsistenti di temerarie il­lusioni, che in breve si caleranno opa­che solo su una stanchezza avvilente, e, il giorno dopo, nell’oblio e nel males­sere postumi.

Ciononostante, capita molto raramente, ma talvolta capita, un in­contro inaspet­tato, uno sguardo improvviso, una subitanea scoper­ta.

Perché Laura non l’aveva mai vista; era di una ditta affiliata, ecco perché.

Si sono formati piccoli gruppi, riuniti da una parte e dall’altra e Laura è in mezzo.

Come un’apparizione gli rivolge lo sguardo chiaro, muovendo i co­lori e diffon­dendo incanti.

Si avvicina ridendo, in un vortice di richiami, con la mano arti­colata ad imitare una pistola che gli punta sul torace, è il suo dito indice, e scherzando gli dice: -ti uccido-

Poi si maschera gli occhi e sorride più piano.

Aspetta che lui le parli, si muove dolcemente, gli passa accanto, lo guarda ancora.

La vede sfuggirgli davanti, se non è rapido nel seguirla mentre se ne va; allunga la mano come per trattenerla, prima che vada a ri­volgere il suo sorriso altrove.

E così risponde all’ammiccamento, afferra l’invito, e comincia a parlare.

Mentre il tempo sbiadisce, una vecchia sensazione, allontanata anche dal ricordo, riprende spazio e presenza.

Le parole comin­ciano a intrecciarsi in un gomitolo di tenerezza e rossore, e poi si dipanano in dichiarazioni più esplicite, in richiami invitanti ed echi di complicità.

Forse è il vino, forse la stanchezza, forse la novità del fatto; oppure è il vento gelido che penetra dalle finestre appena aperte per di­radare il fumo e lo spessore dei dia­loghi inconcludenti.

O invece è il luccichio degli specchi che riesce ad abbagliare con riflessi lumino­si, e favorire l’azzardo oltre la convenienza.

Proprio al momento del commiato è Laura a prendersi l’audacia e formulare la pro­posta: – Ci si incontra di nuovo, una sera, senza tutta questa gente? –

A questo punto si provi a pensare a una reazione quasi automatica e al contempo così spontanea, che le parole sembrano comparire prima ancora di essersi accorti di pronunciarle.

Difficile dire se originano da un timore fortemente radicato piut­tosto che da un convincimento lungamente elaborato e quindi sedi­mentato con consistenza.

Per certo manifestano una chiarezza tale da far trasparire una sincerità profonda.

L’espressione del viso, inoltre, fa tutt’uno con la voce emessa; e l’una e l’altra rad­doppiano il significato della comunicazione, mentre il tono si modula in una as­ser­tività tranquilla ma incon­trovertibile, in una dichiarazione cortese ma indero­gabile.

La precisione dell’affermazione è ribadita dalla subitaneità della frase, dalla con­ci­sione della risposta che si offre senza incer­tezze.

In una semplicità sorridente, in una sicurezza immediata, si trova a dire:- No, grazie-

Si provi a pensare…

-NOTA- 1

In “Osservazioni psicoanalitiche su un caso di para­noia” (Caso clinico del presidente Schreber, 1910, vol. VI°, pag. 386) Freud dice che: – il paranoico ri­costruisce il mondo, non più splendido, in verità, ma almeno tale da poter vivere in esso.

Lo ricostruisce con il lavoro del suo delirio.

La formazione delirante, che noi consideriamo il prodotto della malattia, costitui­sce in verità il ten­tativo di guarigione, la ri­costruzione.

Tale ricostruzione che segue alla catastrofe riesce più o meno be­ne, giammai appieno…

Ma l’uomo ha recuperato la capacità di stabilire un rapporto spes­so molto in­tenso con persone o cose di questo mondo, anche se ora è ostile il rapporto che in passato era pieno di tenerezza -.

In questo senso il processo delirante e la sua strutturazione as­sumono un signifi­cato restitutivo ri­spetto a una perdita, e a un ritiro degli affetti.

Peraltro tale operazione di reinvestimento comporta non di rado un allargamento anche anterogrado delle intuizioni deliranti.

Ed è effettivamente difficile, in genere, precisare il reale ini­zio di certe convin­zioni e di certe idee.

Talvolta, infatti, delle rappresentazioni possono preesistere anc­he da moltissimi anni, prima di un eventuale palesamento psicopa­tologico, trattenute nell’incon­scio dal meccanismo della “rimozione”, in casi psicotici più propriamente di “diniego”, e con la facilitazione di condizioni esterne di “favore”.

Dunque anche la silenziosità sintomatica purtroppo non sempre at­testa la man­canza di conflittuali­tà complesse.

E allora taluni traumi sembrano essere efficaci non tanto per se stessi, quanto in­vece per la capacità di scompensare meccanismi difensivi che fino a quel mo­mento avevano funzionato in modo adat­ta­tivo, contenendo e trattenendo patolo­gie più profonde.

Oltre all’idea di una perdita, anche quella di una colpa, e del suo disconoscimen­to, è stata conside­rata da Freud nella genesi del vissuto persecutorio (“Lettera a Fliess”, minuta K, vol.II°, pag.56): – L’elemento de­terminante della paranoia è il meccanismo della proiezione accompagnato dal ri­fiuto di credere all’autoaccusa.-

Ormai si sa che questo rifiuto spesso è proprio una forclusione, che dunque favo­risce meccanismi scissionali, e successivi movi­menti extraproiettivi di contenuti tenuti come staccati e miscono­sciuti.

Inoltre, il delirio, come il sogno, contiene il senso di un desiderio: pertanto si può considerare che la cosa temuta costituisca parimenti la cosa desiderata. L’angoscia per la presenza minacciosa di un persecutore, potente, nella sua influenza nefasta, alla pari di una divinità ostile, con l’impegno costante e fallimentare teso a neutralizzare tale calamità, nasconde e rivela il desiderio, addirittura l’anelito, del ritrovamento del perdono e dell’amore di questo dio, temporaneamente e inaccettabilmente malefico.

La questione della colpa e della perdita, tuttavia, sembra rile­vante.

Anche se non è facile stabilire quanto spetti all’una e quanto all’altra nel determi­nare l’eventuale sviluppo psicopatologico conseguente.

D’altronde, sovente, come ci si può rassegnare a una perdita se non proprio attra­verso l’idea di una colpa?

Quantomeno uno stato di impotenza estrema viene così conver­tito in un atteggiamento attivo, sia pur nefasto. E inoltre, non sono proprio le colpe e gli errori che determinano delle condizioni di perdita?

L’angoscia di castrazione, ad esempio, si connette sempre con l’idea di una colpa.

E nel mito biblico la colpa genera la perdita più assoluta, intro­ducendo la morte.

Comunque sia, colpa e perdita spesso sembrano concomitare e rinforzarsi reciprocamente.

Certo è che, come si diceva, risulta spesso poco chiara la relazione tra un evento e il successivo tipo di reazione, la causa ultima, insomma, per cui si tende ad elaborare un vissuto piuttosto che un altro.

Nonostante tutti gli sforzi interpretativi talvolta si ha l’impressione di esprimersi per tautologie.

Anche se la descrizione dei meccanismi in gioco e la fine analisi delle manifestazioni appaiono convincenti, tuttavia il più delle volte non è facile motivare profondamente il perché un individuo debba sentirsi perseguitato, piuttosto che depresso, oppure ansioso, o agitato e spaventato.

E talvolta è tutto questo insieme.

Oltre all’attenzione sul trauma subìto e sulla sua qualità è necessario pertanto porre rilievo alla sensazione interna legata alla percezione del trauma.

E tale sensazione, peraltro, tende a connettersi con un certo tipo di struttura, o di costituzione, più incline a “sentire” in un modo piuttosto che in un altro.

E’ su questi legami che le deduzioni sembrano confluire in asserzioni tautologiche, per cui una struttura paranoide dovrà reagire in modo persecutorio a un trauma, e così di seguito per una personalità di base depressiva, o per una isterica, e così via.

Inoltre, sia il sentimento della perdita, sia quello della colpa, sembrano ravvisarsi in molti eventi psicopatologici.

Tanto vale tener presente tutto, e poi considerare ogni caso come unico, e concentrarsi al massimo sulla specificità della storia e sulla fenomenologia delle manifestazioni.

– NOTA 2-

La Depersonalizzazione pertiene un disturbo della coscienza di sé e del reale, caratterizzato da un sentimento di “estraneità”.

E’ nota la distinzione clinica in Depersonalizzazione Somatopsichica, Allopsichica, e Autopsichica, a seconda che l’estraneità riguardi il proprio corpo, il mondo esterno o il proprio io. Freud chiama Depersonalizzazione quella Autopsichica ed Estraniazione quella Allopsichica (Un disturbo di memoria sull’Acropoli: lettera a R. Rolland;1936, vol. XI°, pag.478).

Anche se spesso si correla con situazioni psicotiche non è tuttavia patognomonica di uno stato particolare.

Possiamo citare H.Rosenfeld (“Stati Psicotici”, ed. Armando, pag.44) il quale osserva che la “Depersonalizzazione si trova spesso all’inizio o alla fine di una nevrosi, o di una psicosi; essa si accompagna a certe malattie organiche del cervello, a condizioni schizofreniche, depressioni, nevrosi ossessive, condizioni isteriche, ed è stata descritta come entità psichica separata”.

C’è da sottolineare che il vissuto di estraneità di tale disturbo in genere si accompagna a un sentimento negativo, di tonalità spiacevole, fino al senso di catastrofe, di distruzione e di fine del mondo.

Ciò sembra corrispondere, sul piano dinamico, a meccanismi di scissione dell’io fino alla frammentazione.

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