Congresso Parigi 1993 – testo Francese

DISTANZA INTERGENERAZIONALE.

UNO STRUMENTO DA REGOLARE

di Massimo Adolfo Caponeri

Il dialogo indica una comunicazione.

Mettersi in comunicazione significa stabilire un rapporto.

Il modo della comunicazione esprime la qualità di questo rapporto.

La difficoltà di rapporto e di comunicazione tra individui di età diversa, come ad esempio tra genitori e figli, ma certo anche tra coetanei, ci risuona come una vecchia questione.

Forse è ancora nel ricordo di tutti il termine di “incomunicabilità”, sacralizzato come slogan emblematico già da un paio di generazioni.

Quando Salamano, ne “Lo Straniero” di A.Camus, testimonia, davanti al giudice, del comportamento indifferente di Meursault di fronte alla morte della madre, egli dice: -Bisogna capire. Non aveva più niente da dirle.-.

A Mersault avevano offerto una pistola, ed era diventato assassino.

Mi domando: se per caso gli avessero offerto della droga, sarebbe forse diventato tossicomane?

Il fatto è che da circa vent’anni ho l’impressione di incontrare le stesse comunicazioni distorte, o assenti, le stesse disfunzioni di rapporto, le stesse incomprensioni, nei dialoghi delle famiglie dei tossicomani.

Ma ancora non mi sono convinto di una patologia della comunicazione, e dunque di una particolare trama di relazioni intrafamiliari, che sia specifica per la tossicomania.

In realtà gli stessi deficit di comunicazione che esistono tra drogato e nucleo familiare ricorrono in molte altre condizioni di disagio, di patologia, di devianza, e talvolta anche di “normalità”.

E, comunque, poco importa.

 

In fondo, occupandoci dei problemi della comunicazione, nei rapporti tra le generazioni, non intendiamo cercare le cause della tossicomania, ma solo uno “strumento” su cui lavorare.

E così possiamo anche evitare una facile colpevolizzazione dei genitori, col rischio di considerarli gli assoluti responsabili delle devianze e dei comportamenti anormali dei loro figli.

Benchè a volte lo siano anche.

D’altronde, è davvero difficile acquisire una “giusta distanza” in una relazione che presuppone un dislivello.

Quante immagini si devono poter rappresentare e comunicare in un dialogo disuguale?

Il padre che dà la norma, e poi anche che dà sostegno.

L’immagine ideale, ma anche quella censoria.

Eppoi anche l’amico, o il fratello.

Oppure la madre che trattiene al seno, ma anche che lascia andare.

La madre che protegge e nutre, ma che sappia trasmettere anche piacevolezza e desiderio…

E inoltre, non basta neanche essere una cosa o l’altra.

Bisogna anche esserlo nei tempi giusti.

Guai a essere fuori tempo, fuori fase, rispetto ai bisogni!

In generale, essere se stessi in ogni tempo dovrebbe essere il compito.

E non è già questa la più difficile delle rappresentazioni?

Insomma, quale comunicazione offrire, cioè quale relazione, quale distanza nel rapporto, e dunque quale figura rappresentare e in quale tempo, alla ricerca di un dialogo?

Perché, a partire dalla storica incomunicabilità, quel che tuttora sembra persistere in modo preoccupante, tra le generazioni, è sempre un deficit di comunicazione.

Chissà che tale “assenza di discorso” non esprima la paura inconscia di un coinvolgimento, forse la paura di essere cambiati, dalla possibile relazione che la disponibilità al dialogo potrebbe stabilire!

E se il silenzio comunicativo appare come lontananza, talvolta come frattura insanabile, in molti casi, invece, l’avvicinamento assume le caratteristiche di un contrasto, di attrito generazionale.

Ma, a proposito di generazioni, dove sono finiti i tossicomani di una generazione fa’?

Quei quattrocento, ad esempio, che quasi vent’anni orsono avevo trattato in un gruppo di lavoro, e costituirono la casistica per un libro intitolato, all’epoca(1975), “Le tossicomanie giovanili”?

Qualche mese addietro, un reduce dei tempi mi ha risposto pacatamente: – quasi tutti morti, un po’ per over-dose, un po’ per A.I.D.S. –

Ciononostante, osservando i tossicomani di adesso, sembrerebbe quasi che una generazione non sia passata.

Sono ancora gli stessi; non si sono neanche cambiati il vestito, né i modi, né il gergo, insomma il “dialogo”, che è sempre uguale.

E dunque si capiscono subito tra loro, anche da una generazione all’altra.

Forse viaggiano meno; mentre un tempo sembrava che dovessero cercare cose lontane, in paesi sconosciuti, in altre culture, e promesse di rivoluzione.

Forse ora hanno alle spalle meno ideologismi, meno “guru” pret-à-porter.

Forse, mediamente, sono anche meno giovani.

Forse nemmeno considerano più tanto i loro genitori come il mondo distante e superato, da cambiare e da abbattere, come invece, probabilmente, i loro genitori, piuttosto, avevano considerato un tempo.

O forse siamo noi che siamo passati di generazione, e sentiamo maggiormente la distanza.

A questo punto non riesco più bene a teorizzare.

Si dice che i vecchi contestatori, oggi padri e madri di famiglia, tendano a diventare amici dei loro figli, trasmettendo valori deboli.

Ma non so bene.

Quando mi trovo nell’imbarazzo, rispetto a un modello, preferisco ricorrere, più riduttivamente, all’osservazione, e alla descrizione, dei casi in cui mi imbatto.

E allora, conviene raccontare, e riflettere, caso per caso.

Sarebbe utile parlare a quella madre,

che non riesce a capire il senso dell’età,

e si rispecchia nel suo bel figlio senza futuro.

Come Luisa, per esempio, la madre di Sergio,

che non vede differenze di significato, nella sua vita, tra ora e vent’anni prima.

Lo scorrere del tempo per lei è solo uno sfiorimento inaccettabile.

E così, confonde il procedere con lo sciupare, il salire con il discendere.

Sarebbe utile parlare con Luisa,

e dirle che il suo giovane figlio

non potrà riparare il senso di disfatta della propria immagine;

e non serve che gli stia vicino quasi come una coetanea.

Ma sarebbe anche utile parlare a suo marito,

che non c’è mai,

e ha già trovato un’amante più giovane.

Eppoi sarebbe anche utile parlare tutti insieme,

e far capire a Sergio che il suo comportamento da bambino cattivo, il suo comportamento immaturo, nella ricerca regressiva della droga, gli permette ancora una distanza dai suoi genitori, troppo vicini nel loro infantilismo.

Sarebbe utile parlare a quella madre,

che a tutti i costi vuole insegnare

anche quello che per se stessa non ha mai imparato.

Come Silvia, per esempio, la madre di Piero,

che sa sempre benissimo quel che si deve o non si deve fare,

ma soprattutto quel che non si deve.

Sarebbe utile parlare con Silvia

e dirle che, spesso, le persone che non hanno maturato la sicurezza di un senso,

la gioia dei significati e dei valori,

sono quelle che cercano protezione e certezze nei divieti.

Ma sarebbe anche utile parlare a suo marito,

che è proprio come lei,

e forse anche di più,

nella rigidità dei principi e nell’osservanza formale alle regole.

Almeno in questo la coppia è davvero unita.

Eppoi sarebbe anche utile parlare tutti insieme,

e far capire a Piero che, con il suo comportamento,

cerca altrove una vicinanza sbagliata,

e che i suoi genitori non sono lontani solo da lui,

ma anche da se stessi.

Sarebbe utile parlare a quella madre,

che ha sempre seguito così da presso il figlio,

da diventare un filtro tra lui e il resto del mondo.

Come Lucia, per esempio, la madre di Roberto,

che gli ha sempre evitato tutte le incombenze,

e non gli ha mai permesso di soffrire.

Ma sarebbe anche utile parlare a suo marito,

e dirgli che è vero che è stata Lucia a tenergli sempre lontano il figlio,

perché “non si spaventasse”;

ma è anche vero che lui, in fondo, non ci teneva poi molto,

e ha sempre preferito lasciar fare.

Eppoi sarebbe anche utile parlare tutti insieme,

e far capire che bisognava che Roberto restasse piccolo e indifeso,

bisognava che fosse malato,

perché sua madre potesse dedicarsi maggiormente,

e, in tal modo, santificare, con le cure,

uno scopo e un’importanza difficili da avvalorare altrove;

e il padre… potersi rassicurare di un’autorità del tutto vacillante.

Ma bisognerebbe anche parlare a quella madre,

che ha sempre amato il figlio così tanto,

da tenerselo accanto ogni momento,

e non permettergli mai di allontanarsi,

finché stava con lui

Come Enrica, per esempio, la madre di Francesco,

che poi, all’improvviso, scompariva per brevi periodi d’avventura.

E pretendeva, al ritorno, di ritrovare la simbiosi consueta.

Troppo vicina e troppo lontana a un tempo.

E sarebbe anche utile parlare a suo marito, se ne avesse uno.

E’ difficile dire se Roberto ricerchi nella droga la madre assente,

o piuttosto insegua , nel gruppo dei compagni,

l’identità maschile di un padre inesistente.

Eppoi bisognerebbe anche parlare a Stefano,

che ha interrotto gli studi con l’approvazione materna;

di una madre convinta

di aver sempre dato in prima persona tutto quello di cui il figlio aveva bisogno.

Ma forse Stefano aveva bisogno d’altro:

qualcosa che la madre non può avere da dargli.

Si potrebbe dirgli che, il suo drogarsi, sembra quasi un modo di sfuggirle.

Sì, sarebbe utile stabilire un dialogo;

ed è certamente quello che ho cercato di fare in tutti questi casi.

Ma, invece, ho costantemente l’impressione di non riuscire quasi mai a parlare fino in fondo con queste persone.

E’ curioso, ma talvolta sembra di trovare un punto d’incontro tra le generazioni proprio nella simmetria delle richieste.

Sia i genitori che gli adolescenti spesso cercano solo “fatti e non parole”, cose e non discorsi, in un rifiuto reciproco a riflettere sui rispettivi modi di essere, in una similitudine di fretta e di assenza.

In tal senso sembra misconosciuto il concetto di distanza nelle relazioni, di diversità di posizioni, di differenza di generazione.

Vorrei poter vagheggiare tale distanza intergenerazionale come un’apertura virtuale di senso e di significati, proposti in modo tensivo, prospettico: una distanza capace di alimentare il desiderio, di offrire promesse di appagamento.

E non solo promesse, si spera.

Per le illusioni è già abbastanza la droga.

E d’altronde, piano anche con le promesse!

Certe acquisizioni hanno più bisogno di conquiste che di offerte.

La droga precipita ogni tensione di raggiungimento, satura i recettori così come le attese.

Quale altra droga soffoca le prospettive di quelli che non si drogano?

Generazione dopo generazione, la società moderna ripropone le sue antiche contraddizioni, eredita vecchi fallimenti.

E di nuovo un dialogo tra sordi mostra immagini per ciechi, parole in rappresentazione, figure che non si odono, in divergenti e dispersive ricerche di benessere piuttosto che di senso.

Il dialogo tra le generazioni rimette in causa anche le posizioni e i convincimenti delle generazioni mature.

Siamo sicuri di aver mantenuto fede alle promesse, o alle rivendicazioni di una vecchia protesta, o si è solo conservato un giovanilismo d’accatto?

E’ bene parlare anche in prima persona, nel momento in cui si osserva, si riflette, si descrive, si giudica; per sentirsi coinvolti, e così tentare di capire meglio.

Allorché ci opponiamo all’uso della droga, dobbiamo anche non condividere il terreno fertile al suo attecchimento: l’acquiescenza, l’indifferenza, l’aspirazione a una felicità fatta solo di cose, il rifiuto del pensiero.

La ricerca di consumo e di acquietamento è già troppo simile alla droga.

E dunque…che l’incontro intergenerazionale si presenti pure come contrasto, che il dialogo abbia più il senso di una polemica che di una pacificazione!

In fondo è meglio invocare quello che in passato avevamo paventato come attrito, così che la comunicazione diventi occasione di ricerca contestuale per tutti.

Pertanto, sarebbe utile parlare a quei genitori che annegano nel sopore dell’appagamento i sensi di colpa di una loro mancata realizzazione; in modo che si convincano di rappresentare un futuro da raggiungere e non un presente vacillante tra il divieto e l’elargizione.

E’ inutile onorare della dignità di un dialogo chi sa solo mendicare; così come è inutile offrire la disponibilità di beni che non si sono acquisiti.

La distanza tra le generazioni non è una questione solo temporale, così come la vicinanza dovrebbe avere un significato di senso piuttosto che di età.

Il dialogo tra le generazioni in determinate occasioni è un falso; quando rappresenta solo la ricerca di un compromesso su questioni controverse e distanti, da posizioni comunque inconciliabili.

Spesso il dialogo che si instaura da livelli non paritari odora di mistificazione e sa di demagogia; e così elude il coraggio di una divergenza e di una contrapposizione.

In altri termini, vorrei oppormi a quel dialogo che si propone solo come comprensione, come condivisione acquiescente, e collusione, al di fuori delle responsabilità.

Che una generazione sia forte nel proclamare una sua sofferta conquista, o sincera nell’ammettere le proprie disfatte.

Ho di fronte una famiglia che fornisce droga al figlio perché non rubi.

Ho di fronte il compito di essere neutrale davanti a tale evento.

Ho di fronte l’impegno di non giudicare.

Ho di fronte il dialogo più patologico, l’incontro più colpevole e più funesto.

Ho di fronte la possibilità di colpevolizzare il dialogo e la compartecipazione, di mettere in crisi le ammissioni di disponibilità e le collusioni perverse.

Ormai non posso che procedere in tal senso: generare crisi, perché il dialogo maturi in un conflitto, perché le divergenze possano ristabilire, fuori dall’indifferenza, il significato di una giusta differenza.

Sarebbe utile ripristinare una presenza, laddove un’eccessiva lontananza ha coniugato l’assenza con la sterilità.

Sarebbe utile recuperare una lontananza, laddove una vicinanza eccessiva ha spento ogni possibilità di cambiamento e di progresso.

Sarebbe utile riflettere di continuo sulla propria distanza di relazione e di dialogo, accettando nell’allontanamento quel che è spesso vissuto penosamente come abbandono, e nell’avvicinamento come scontro e dissenso.

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