La conoscenza come scoperta e come costruzione

(riduzionismo causale versus costruttivismo interattivo)

di massimo adolfo caponeri

 

premessa

La mia attenzione al problema della conoscenza deriva essenzialmente da un interesse clinico, in particolare da quello per la psicoterapia, intesa come cura della sofferenza psichica, dei cosiddetti disturbi mentali.
Pertanto risponde a un’esigenza pratica, prima ancora che a un desiderio “epistemofilico”, cioè un amore per la scienza in sé e per sé.

Già Epicuro diceva esplicitamente che la filosofia deve avere un fine essenzialmente pratico: il raggiungimento della la felicità; e, perciò, non deve esaurirsi in una sterile congettura di concetti e teorie, senza anche aiutare gli uomini ad essere alleviati dalle sofferenze.

La filosofia asserisce la sua propria identità nella ricerca della “conoscenza” e della “verità”, additando in tal modo la via possibile al benessere e alla felicità.
A maggior ragione ciò vale per la psicoterapia (quantomeno per il benessere come cessazione della sofferenza: circa la felicità…), la quale anche fonda la sua cura su una particolare forma di conoscenza.

In accordo con la tradizione ellenistica, dovremmo pensare che anche la scienza debba aver valore solo in quanto contribuisce a rendere gli uomini più felici.
Di conseguenza, le teorie e i concetti relativi alla conoscenza dovranno essere utili in tal senso.

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Tale premessa vuole giustificare il fatto che, preliminarmente, dovrò comunque concentrarmi su varie concettualizzazioni e visioni teoretiche differenti, con una “incursione” anche nei campi della fisica e della filosofia.
Si deve tener presente, infatti, che il riferimento epistemologico di una teoria valida e condiziona la tecnica che ne consegue.

sul concetto “comune” di conoscenza

I due orientamenti dottrinali a cui intendo fare riferimento specifico sono quello psicodinamico, o psicoanalitico, e quello costruttivista.
Entrambi, sia pure da punti di vista diversi, almeno su un piano formale, riconoscono come motivo centrale i problemi relativi alla conoscenza e alla realtà.

Circa la conoscenza, possiamo dare per scontato che il suo contenuto fondamentale sia la realtà, e la sua veridicità.
Che si tratti di oggetti, concetti, o fatti, la realtà è generalmente considerata come esterna, rispetto alla mente del soggetto che conosce.

Per tale evidenza, ne deriva che la realtà debba essere considerata come qualcosa che preesiste rispetto al conoscente, e che viene conosciuta solo allorché viene scoperta; cosa che avviene attraverso la nostra esperienza.
L’atto conoscitivo tende a formulare concetti, atti a descrivere il campo esperienziale che viene conosciuto.

Ma, anche i contenuti del pensiero, a cui ci si riferisce, tendono a essere considerati come già costituiti, cioè esterni, rispetto alle operazioni mentali che li hanno prodotti, in analogia a quel che per la “intelligenza artificiale” viene distinto tra conoscenze dichiarative e conoscenze procedurali.

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Nell’idea di una separazione tra i processi e i contenuti della conoscenza, tra la realtà e la conoscenza in sé e nel suo prodursi, i concetti divengono essi stessi oggetti della conoscenza, e, come tali, assimilabili, verificabili, o discussi.
Pur senza spingerci in lambiccamenti tipo “il pensiero senza il pensatore”, peraltro già formulati con un convincimento probabilmente più vicino alla fede (si vedano gli estremi postkleiniani in Bion), risulta evidente che qualsiasi realtà, fisica o anche concettuale, tanto più è considerata come esterna, tanto più è considerata come oggettivabile, meglio ancora se materiale; e tanto più assume veridicità, come si ritiene sia proprio per le dottrine scientifiche, quali ad esempio per le scienze naturali e la fisica.

Ne consegue che discipline più “umanistiche”, come anche la psicologia, rischiano invece uno statuto di minore, o nulla, scientificità, per il soggettivismo intrinseco dei contenuti della conoscenza.

note sulla realtà esterna e interna in psicoanalisi

Per quanto attiene alla psicoanalisi, si deve dire che Freud si è sempre prodigato nel tentativo di asserirne la scientificità, rivendicando per se stesso di essere essenzialmente uno “scopritore”.
Di fatto, ha avvalorato la sua scoperta come l’avvio di una nuova scienza, che, in qualità di psicologia del profondo, ha definito “Scienza dell’inconscio”, da distinguersi tanto dalla Medicina quanto dalla Filosofia.

Freud ha precisato, inoltre, che l’ambito scientifico in cui la psicoanalisi deve riconoscersi, appartiene al Naturwissenschaft, cioè alle scienze naturali.
Quanto alla tradizione scientifica con la quale si sposa, si può dire per certo che la psicoanalisi ha i caratteri dell’empirismo, poiché ritiene di derivare i suoi dati da osservazioni fenomenologiche, dalle quali deduce le conoscenze che convergono in una teoria, e quindi stabiliscono una dottrina.

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La sua logica si dispiega attraverso la scomposizione dei processi osservati, in una riduzione verso una causa efficiente e originariamente genetica.
Il modello di tale disciplina è dunque orientato in senso decisamente causalistico e deterministico, in linea con il positivismo dell’epoca, che potremmo definire come di tradizione “aristotelico-assiomatica”, in sede scientifica, e “newtoniana”, in fisica.

Tuttavia, circa la concezione della realtà, Freud compie un passo di estremo rilievo, operando quel che mi verrebbe da definire come una sorta di “oggettivazione del soggettivo”.
I vissuti soggettivi, quali fantasmi mossi da desideri e paure, sono trattati, infatti, per la psicoanalisi, in qualità di realtà efficiente, dal momento in cui si introduce il concetto di “realtà psichica”.

E, negli epigoni, soprattutto post-freudiani, tali elementi di vissuto saranno nominati tout court “oggetti”, ponendosi di fatto un’equivalenza effettuale tra “oggetti” interni ed esterni.
A dire il vero l’operazione non fu facile, perché Freud dovette arrivarci attraverso l’empirismo della clinica, e così dovendo confutare molte sue precedenti asserzioni circa una verità pensata solo come oggettiva (vedasi la teoria della seduzione).

Da sempre ci è noto il pericolo delle illusioni e dei fraintendimenti; e di come, a tale riguardo, sarebbe necessario procedere verso un’obiettività di giudizio, una possibilità di chiarificazione.
L’impossibilità di distinguere in modo assoluto tra soggettività e oggettività, e tuttavia la propensione in tal senso, apre il sipario sull’area incerta della conoscenza, e del suo accesso alla realtà di fatto, o alla sua costruzione.

Per ora, limitiamoci a dire che, per la psicoanalisi, il disvelamento delle costruzioni illusorie si configura come obiettivo di ricerca e di “guarigione”.
Riduttivamente: che il “percettivo possa prevalere sul proiettivo”.

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note sul costruttivismo

Da tutt’altro punto di vista, vicino al Costruttivismo, P.Watzlawick sostiene la dicotomia di due realtà.
Una realtà di 1° ordine è collegata a una percezione sensoriale, per così dire, “corretta”; per meglio dire, si assimila alle questioni del cosiddetto senso comune, e, più propriamente, alla verità scientifica, oggettiva, replicabile e confutabile.

Una realtà di 2° ordine è invece più arbitraria e soggettiva, e si costruisce prevalentemente sul sentimento, desiderio o paura, e sull’attribuzione di significato e di valore, sulle convinzioni condivise.
Si può citare ad esempio l’oro, che ha una sua realtà di 1° ordine nelle sue proprietà fisiche, verificabili in qualunque momento, ma ha anche una sua realtà di 2° ordine, nell’attribuzione di valore, oscillante nelle quotazioni quotidiane, di importanza ancor superiore per il nostro sistema di vita.

Per le mie considerazioni, i concetti di realtà psichica e realtà di 2° ordine sono di estrema utilità pratica, in quanto, così come sono passibili di costruzione soggettiva, anche consensuale, altrettanto potranno essere suscettibili, ove necessario, di decostruzione, ricostruzione, rimaneggiamento.

Fin qui, tuttavia, si potrebbe obiettare che non c’è nulla di completamente nuovo, anche se nuove sono le modalità descrittivo-espositive.
Per certi aspetti, sembrano riecheggiare vecchie distinzioni, come le “qualità primarie e secondarie” degli empiristi, Locke, ad esempio; ma anche Cartesio, con la res cogitans e res extensa, unificate poi da Spinoza, e, più indietro ancora, fino a Platone, che aveva distinto le impressioni fallaci delle percezioni, quali immagini ombrose, congetture e opinioni (mito della caverna), dalla conoscenza del pensiero (epistème), e dalla verità ipostatica indipendente dai nostri sensi; ma anche la differenza tra gli aspetti qualitativi e quantitativi, come in Democrito, i quali primi rimandano all’opinione illusoria che Parmenide aveva assegnato alla totalità dei fenomeni.

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Il discorso costruttivista, tuttavia, si spinge oltre le classificazioni possibili delle realtà conoscibili, o comunque esistenti, per prestare più specificamente attenzione aimeccanismi del conoscere, a partire dal rapporto tra la realtà osservata e le condizioni materiali e concettuali in cui la si osserva.

Non v’è dubbio che i primi limiti al nostro conoscere derivano proprio dalle idee con cui ci accingiamo a osservare; a tal punto che diventa intuitivo pensare al divario tra la realtà conosciuta con le nostre idee e quella che potremmo conoscere con altre.
La diversità, allora, dovremmo coglierla come intrinseca al modo stesso del conoscere, così come alle diverse forme di attuazione della realtà, talché, per parallelismo, si potrà affermare che conoscenza e realtà si identificano.

In altro modo, si può dire che realtà e conoscenza sono entrambe prodotti di un processo interattivo, fino ad arrivare all’idea radicale di una realtà mai raggiungibile in sé e per sé, al di fuori delle nostre azioni conoscitive.
In un’ accezione ancora più estrema, proprio le nostre azioni conoscitive, per interferenza sul campo esperenziale, contribuiscono a costruire la realtà “osservata”. Questa riflessione, lo vedremo in seguito, si collega alle posizioni della fisica quantica, che sembra stravolgere il concetto di oggettività anche per quanto riguarda i fenomeni naturali.

Si pensi al principio di complementarità di Bohr, per il quale ciò che è osservato è inseparabile dall’azione dell’osservatore.
Proseguendo sul piano psicologico-cognitivo, la diversificazione tra costruzione, e dunque creazione, o scoperta, e dunque rivelazione, disvelamento, nel Costruttivismo pone sempre più l’enfasi sulla soggettività (anche se non estremizzata in senso “solipsistico”, per cui nulla esiste al di fuori della nostra mente e dei nostri pensieri).

Il precursore di tale posizione, almeno in epoca moderna, è senza dubbio Jean Piaget. Basti pensare alla sua frase chiave (in “La construction du réel chez l’enfant”): “L’intelligence…organise le mond en s’organisant elle meme”, che può tradursi come “la mente organizza il mondo organizzando se stessa”.

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La particolarità di Piaget non è tanto quella di suggerire che noi ci costruiamo la nostra immagine del mondo, quanto l’ idea che questo avvenga secondo un approccio evolutivo, e di osservare come la conoscenza si sviluppa, studiando pertanto come lo fanno i bambini.

Quindi, dall’osservazione sulla formazione della conoscenza, deriva un valore e un significato della stessa.
Sotto la dizione piagettiana di “Epistemologia genetica” si esprime un concetto di funzionalismo: il significato della conoscenza è nella sua funzione, in altre parole come strumento d’adattamento.

Il suo valore non è tanto nel senso di verità, quanto nel suo grado di adeguatezza, o, meglio, di “viabilità”.
Fuori dall’illusione della ricerca di una realtà ontologica in sé, lo scopo della conoscenza è quello di costruire strutture concettuali viabili.

Penso di poter tralasciare tutte le complicate congetture della vastissima produzione di Piaget (più di 80 libri), per ribadire in modo sintetico i due concetti forti:

􏰀 La natura ultima della realtà non consiste in un accumulo di strutture già pronte, ma è una continua costruzione, giacché è l’organismo cognitivo che trasforma in un mondo strutturato quel che coordina e organizza della propria esperienza.

􏰀 Il significato del conoscere è eminentemente adattivo, in senso biologico, e pertanto evoluzionistico.

C’è da rimarcare che il funzionalismo del processo di conoscenza, inteso come strumento di “viabilità” adattivo, è strettamente parente con le concezioni del Pragmatismo nordamericano di W.James, e soprattutto di John Dewey, nella cui visione strumentalista il pensiero, e pertanto il processo di conoscenza, non si limita a descrivere e registrare l’esperienza, ma è strumento che opera attivamente nella realtà per modificarla.

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Indiscutibilmente il padre dell’attuale costruttivismo, Costruttivismo radicale, è E. Von Glasersfeld, per il quale la distinzione realtà esterna-realtà interna sembra scomparire. Considerando l’ attività del conoscere inesorabilmente vincolata dalle condizioni biologiche e psicologiche, sposta l’ attenzione sul conoscente piuttosto che sul conosciuto, stabilendo, in modo radicale, che: “la conoscenza sta nella testa delle persone, e il soggetto pensante non ha alternativa: può solo costruire ciò che sa, sulla base della propria esperienza. Il costruttivismo radicale… è pertanto una teoria del conoscere, ma è un approccio non convenzionale al problema della conoscenza.”.

Egli, con buon riferimento al Piaget, riassume così i suoi principi fondamentali:

  1. 1-  la conoscenza non viene ricevuta passivamente né attraverso i sensi né grazie alla comunicazione;
  2. 2-  laconoscenzavieneattivamentecostruitadalsoggetto“conoscente”;
  3. 3-  la funzione della conoscenza è adattiva, nel senso biologico del termine, e tendeverso l’adattezza o la viabilità;
  4. 4-  la conoscenza serve all’organizzazione del mondo esperenziale del soggetto,non alla scoperta di una realtà ontologicamente oggettiva (anche se potrebbe sembrare questo il suo primo obiettivo).

Dopo di ciò, il Costruttivismo, come posizione base nei confronti della realtà e della conoscenza, si estende su, e si appropria, di tutto quello che gli sia attinente, sia nei campi della fisica, che della filosofia antica e moderna, della linguistica, della cibernetica, della matematica, della comunicazione, della teoria dei sistemi, e della psicologia.

“Il costruttivismo radicale è disinibitamente strumentalista. Sostituisce la nozione di verità, come rappresentazione obiettiva di una realtà indipendente, con quella di costruzione viabile. Di conseguenza rifiuta ogni impegno metafisico, e pretende di essere nient’altro che un possibile modo di pensare l’unico mondo che possiamo arrivare a conoscere: il mondo che costruiamo come soggetti viventi. È uno strumento concettuale, il cui valore può essere misurato soltanto usandolo” (Von Glasersfeld).

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Ovviamente il senso esteso di tale assunto fa sì che il costruttivismo, in quanto strumentalismo, sfugga a una precisazione “scientifica”, quale la ripetibilità o, popperianamente, la falsificabilità.
Questo perché gli strumenti, e anche le teorie in quanto strumenti, non possono essere confutati, ma solo verificati nei limiti della loro applicabilità.

Inoltre, sempre secondo l’idea di viabilità, siccome teorie differenti hanno differenti campi di applicazione, “una teoria può essere usata per scopi strumentali di applicazione pratica persino dopo la sua confutazione. Così gli ingegneri NASA, per il viaggio sulla Luna, fecero i calcoli con le formule newtoniane, anche se la teoria newtoniana del sistema planetario non era più considerata vera, perché sarebbe stato più complicato e lungo il calcolo con le formule eisteiniane.”.

Popper, pertanto, concludeva che lo strumentalismo era una filosofia oscurantista.

note sulla fisica

Se tutta la conoscenza è costruita dall’esperienza soggettiva, che ne è del mondo naturale, quello fisico, il cosiddetto ”creato”, da noi tutti osservato e creduto come vero, e da sempre appannaggio delle scienze naturali?

Per certo Copernico, e poi Keplero, e Galileo (anche se, quest’ultimo, con una tecnica migliore), hanno guardato le stesse stelle, gli stessi pianeti, lo stesso universo, che avevano guardato anche Eudosso, Aristotele e Tolomeo, o Aristarco, che ad Alessandria d’Egitto nel 2° sec. a.C. aveva già intuito l’eliocentrismo.

A parità di esperienze osservative avevano interpretato, cioè “costruito” concettualmente in modo diverso la realtà osservata.
È dunque una costruzione interpretativa che suggella la conoscenza nella sua veridicità, e che può convincere di una costruzione come di una scoperta, rendendo evidente

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quanto realtà e teoria possano efficacemente coesistere, e al contempo divergere, soprattutto rispetto a una verità successiva.
Secondo una tale logica, comunque, possiamo ancora asserire l’idea di una verità oggettiva, sia pur non sufficientemente illuminata, e tuttavia esistente.

Sennonché, anche in campo fisico, la relatività einsteiniana prima e la meccanica quantistica poi, hanno messo in crisi l’oggettivismo, addivenendo, tutt’al più, a una tesi probabilistica della realtà, laddove la relazione tra determinismo e arbitrarietà inclina sempre più verso una natura stocastica.

Da ultimo, proprio la fisica, da sempre ritenuta il prototipo della scientificità, in un’accezione oggettivante di verità, ancora secondo un proprio rigore metodologico, sembra fornire le ragioni più convincenti di una impossibilità in tal senso.

Per Einstein “…la scienza rappresenta il tentativo di far corrispondere la varietà caotica della nostra esperienza sensibile a un sistema di pensiero logicamente uniforme,…le esperienze debbono essere correlate a una struttura teorica convincente. Le esperienze sensibili sono l’oggetto di partenza, ma la teoria che le interpreta è opera dell’ uomo.

…Sull’ideale di ridurre le varie correlazioni al numero più piccolo possibile di concetti e assiomi fondamentali, la geometria euclidea e la fisica newtoniana rappresentano il massimo realizzativo, poiché ogni proposizione non mostra dubbio.
Ma le proposizioni puramente logiche rischiano di essere vuote, davanti alla “realtà”…, la giustificazione dei costrutti che per noi rappresentano la realtà sta soltanto nella loro capacità di rendere intelligibile ciò che è dato dai sensi…pertanto bisogna riconoscere il carattere puramente fittizio dei principi della teoria. Una teoria può essere verificata dall’esperienza, ma non esiste alcun modo per risalire direttamente dall’esperienza alla costruzione di una teoria; …una volta in possesso di condizioni formali abbastanza forti, non c’è bisogno di una grande conoscenza dei fatti per costruire una teoria.

Così, i componenti della conoscenza sono sempre duplici: il fondo teorico e l’insieme dei fatti sperimentali. Si tratta dell’eterna opposizione fra due elementi inseparabili, l’empirismo e il razionalismo, o ragionamento.”.

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Einstein intende la fisica come rappresentazione della realtà; il modo per esprimerla si identifica con le costanti matematiche.
Anche se: “…le nostre costruzioni mentali si giustificano soltanto se le teorie costituiscono realmente un legame con il vasto mondo delle impressioni sensibili, e secondo come lo costituiscono”.

Comunque sia, compie una rottura rispetto alla “mistica” di una posizione empirico- neutrale-osservativa, asserendo che il fisico perviene alla sua teoria attraverso mezzi puramente speculativi.
Sembra significare che la deduzione interpretativa non muova dai fatti alle supposizioni teoriche, bensì da queste ai fatti e ai dati sperimentali.

Così, ogni teoria “costruisce” sempre un numero di supposizioni fisiche e filosofiche maggiori di quello che i semplici fatti fornirebbero o implicherebbero.
Ciononostante, anche se da un lato, con la teoria della relatività, intacca le coordinate fino allora considerate come le più invariabili nella concezione newtoniana: massa, tempo, spazio; conserva ancora una visione deterministica, nella possibilità di definire con precisione lo stato di qualsivoglia sistema, una volta stabiliti posizione e momento di ogni massa nell’istante di un tempo dato.

Gerald Holton, in virtù anche della sua conoscenza diretta con W.Heisenberg, ci fornisce una testimonianza davvero interessante circa la posizione di Einstein. Heisenberg fu uno dei tanti fisici ammaliati e influenzati dal metodo ancora implicitamente empiristico di Einstein, derivabile dall’esposizione della relatività speciale e generale.

Nel 1925, pubblicò “Sull’interpretazione quantoteorica delle relazioni cinetiche e meccaniche”, e, pensando di allinearsi ai criteri di Einstein, scrisse: “Questo lavoro è un tentativo di trovare dei fondamenti per una meccanica quantoteorica fondata esclusivamente su relazioni fra grandezze in linea di principio osservabili”.

Per tutta risposta Einstein si trovò a dirgli: “Ma lei non crederà davvero che soltanto grandezze osservabili debbano entrare in una teoria fisica?”
E poi venne la sua famosa espressione: “E’ unicamente la teoria a decidere ciò che si può osservare”.

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Indubbiamente il pensiero di Einstein, nella sua evoluzione, si era progressivamente allontanato dallo strumentalismo positivista.
In seguito, Heisemberg, in riferimento a Einstein, fece questo commento: “Mentre la teoria determina ciò che si può osservare, il principio di indeterminazione gli mostrò che una teoria determina anche ciò che non si può osservare.”

Per inciso, anche per Heisemberg, così come per Einstein, la risoluzione fu di sostituire con uno schema matematico le “immagini” che sfuggivano all’osservazione: “il fisico deve ritirarsi nello schema matematico”.
Ma, quel che è più rilevante, sia per Einstein, sia per il modo di precedere della fisica quantoteorica, è il fatto di avvalorare l’intuizione (Anschauung) rispetto all’imperativo corrente sulla deduzione osservativa; questo, però, solo a condizione che l’oggetto ci sia dato.

Nondimeno, Einstein conserverà una certa distanza dalla teoria quantistica, preservandosi sempre la possibilità di concepire l’esistenza di entità esterne in qualche modo misurabili.
Può, infatti, adombrarsi un certo accento polemico, quando asserisce: “La teoria dei quanti differisce in modo fondamentale da tutte le precedenti teorie della fisica, sia meccanicistiche che di campo. Invece di una descrizione modellistica degli eventi spaziotemporali reali, essa fornisce le distribuzioni probabilistiche delle possibili misure in funzione del tempo.”.

Certo, le asserzioni di probabilismo e indeterminazione sembrano sconvolgere in modo assoluto qualsiasi conoscibilità predittiva, oltre che ogni determinismo; cose che per Einstein rappresentano ancora uno scopo.
Pertanto poté ribattere con la famosa frase: “Ma Dio non gioca a dadi”.

Si potrebbe dire che, rimanendo in bilico tra costruzione e scoperta, egli abbia mantenuto una certa “saggezza”, evitando ogni fondamentalismo.
La relatività permetteva ancora, con altro sistema di misurazione, per il calcolo della variabilità del moto, una determinazione, sia pur circonclusa su una teoria esplicitabile in termini matematici.

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La meccanica quantica si spinge molto più in là, dal momento in cui introduce il concetto di probabilità, nella sua definizione di stato, e in questo costituisce una differenza sostanziale tanto con la meccanica di Newtn, quanto con quella di Einstein. Born afferma: “Nessuna dottrina scientifica possiede un valore che vada oltre a quello probabilistico, ed essa è sempre suscettibile di essere modificata alla luce di nuove esperienze.”.

A tale riguardo, si deve annotare che il probabilismo e il principio di indeterminazione non inficiano propriamente il concetto di causalità, quanto, semmai, quello di determinismo.
Vero è che il concetto di causalità può essere accepito da un punto di vista limitatamente meccanico, oppure, teleologico, come per la tradizione aristotelica.

Se il concetto di probabilità (caso versus necessità) entra nella definizione di stato di un sistema, questo si coinvolge, a sua volta, con l’oggetto della ricerca in una causalità meccanica, ma non teleologica.
Ancora con Born: “Non è la causalità propriamente intesa a venir eliminata, ma soltanto una interpretazione tradizionale di essa che la identifica con il determinismo. Questo permane anche nella meccanica quantistica, per la quale probabilità di eventi elementari dipendono comunque causalmente tra loro”.

Tra gli assunti di maggior interesse emersi dopo Planck nella “Scuola di Copenhagen” (con Born, Bohr, Pauli, Heisenberg, Schroedinger, De Broglie, Dirac) dobbiamo tener presente oltre al concetto di indeterminazione, conosciuto come di Heisemberg, quello di complementarietà di Bohr.

Il principio di complementarità (principio di Copenhagen) stabilisce la dipendenza dell’osservazione fisica dall’intervento dell’osservatore, vale a dire dall’ impostazione degli esperimenti di cui si serve, nonché dall’ eventuale strumentazione usata per eseguirli.

Per tale concezione l’osservato è inseparabile dall’azione dell’osservatore.

Ne consegue che l’ oggetto della conoscenza scientifica non è mai conosciuto direttamente dall’osservazione o dall’esperimentazione, ma soltanto dalla costruzione

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teoretica speculativamente proposta, comprovata solo indirettamente attraverso le conseguenze che se ne sono dedotte.
Si deve rilevare che i principi di indeterminazione e di complementarietà sono significativi solo per numeri quantici piccoli, come è il caso dei fenomeni subatomici, mentre sono insignificanti per i grossi oggetti dell’esperienza comune.

Non hanno invalidato l’utilità di descrivere in termini newtoniani i fenomeni concernenti le nostre abituali condizioni di vita.
Ciò nonostante Bohr (nel 1936, conferenza di Copenhagen), sostiene l’analogia esistente sotto l’aspetto epistemologico fra i limiti di validità di descrizione tanto in fisica atomica quanto in altri campi della conoscenza.

Il problema che poneva era quello di poter stabilire uno sfondo comune, e, in ogni campo della conoscenza, le condizioni necessarie all’analisi e alla sintesi dell’ esperienza.
Sotto questo profilo diverrebbe priva di senso la differenza tra processi quantici e macroscopici, tra conoscenza scientifica e comune.

“La nozione di complementarietà dice solo che non è possibile trascurare l’interazione tra oggetto e strumento di misura, …ivi inclusi atti di osservazione e di pensiero…dunque ci ha forzato a prestare la dovuta attenzione, nel predisporre esperienze, alle condizioni di osservazione…dal momento che ogni osservazione comporta un’interferenza nel decorso di un fenomeno. Mentre la teoria della relatività suggerisce il carattere soggettivo di tutti i fenomeni fisici, in dipendenza dallo stato di moto (vuoi dell’oggetto, vuoi dell’osservatore), il rapporto dei fenomeni atomici con la loro osservazione, alla luce della teoria dei quanti, ci costringe a usare dei nostri mezzi espressivi con una cautela analoga a quella necessaria nei problemi psicologici, dove ci s’imbatte di continuo nella difficoltà di definizione dei contenuti oggettivi.”.

Per tutto questo si dovrebbe confermare l’idea della conoscenza come costruzione probabilistica, page14image3740320page14image3740112page14image3740528page14image3740736per le variabili dell’ osservatore, le condizioni e le circostanze dell’osservazione, la parcellarità, o selettività, del contenuto, circoscritto a qualche specifico ambito, e che non attinge alla complessità di tutti gli aspetti e le potenzialità.

page14image2990992page14image3751968page14image3752176page14image3752384page14image3752592page14image3752800page14image3753008page14image3753216page14image3753424page14image3753632page14image3753840page14image3754048page14image3754256page14image3754464page14image3754672page14image3754880page14image3755088page14image3755296page14image3755504page14image3755712page14image3755920page14image3756128page14image3756336page14image3756544page14image3756752page14image3756960page14image3757168

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Mach, in una contestazione nei confronti di Newton, aveva osservato: “Nella discussione di un qualunque fenomeno bisognerebbe tener conto dell’intero universo”. Possiamo accettare con tutta tranquillità il fatto che la conoscenza della realtà non possa ridursi alla sola percezione, ma comporti costruzioni ipotetiche indispensabili alla percezione stessa, e che permettano di organizzare i contenuti percepiti secondo sequenze e ambiti estesi.

Il più delle volte sarà il confronto intersoggettivo a validarne l’adeguatezza.
Da tutto ciò, pur accettandone l’esistenza, sembra impossibile dunque accedere a una realtà esterna rispetto all’esperienza, con tutto quel che consegue rispetto alla necessità di poter considerare un “sistema isolato”, tipico di un ideale positivistico.
Heisenberg ricorda che già nella fisica classica “…non si negava che qualsiasi osservazione esercita una certa influenza sul fenomeno da osservarsi, ma si riteneva generalmente che aumentando l’accortezza e la diligenza con cui gli esperimenti venivano compiuti questa influenza potesse ridursi a un valore piccolo a piacere. Ciò appariva, infatti, condizione necessaria dell’ideale di obiettività, come base di qualsiasi scienza…così la geometria euclidea restava valida nello spazio reale, con il presupposto che gli eventi accadevano nello spazio e nel tempo indipendentemente dal fatto che siano osservati o meno.”.
Heisenberg arriva a dire che: “Se la meccanica quantica è giusta, gli stati di tutti gli oggetti devono essere definiti in linea di principio, facendo ricorso al concetto di probabilità: pertanto non serve neanche più tener conto dell’inclusione dell’apparato sperimentale”.

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tra fisica e filosofia

L’introduzione dei concetti di relativismo, probabilità e indeterminazione, come li esprime Heisenberg in “Fisica e filosofia”, sembra acquisire il valore di un assunto epistemologico, applicabile a qualunque processo di conoscenza.
Heisenberg stesso sostiene che la meccanica quantica sembra aver riportato nella fisica il concetto di potenzialità, fondamentale nella fisica aristotelica, collegandolo a una causazione meccanica, sia pur non teleologica.

Ricordiamo che in Aristotele la “potenza” della materia non è intesa in senso attivo, bensì come predisposizione, e, a questo punto potremmo aggiungere probabilistica (ad esempio, la pietra è statua in potenza; l’azione della forma e la forma stessa, che è “atto”, può trasformarla in statua compiuta, in atto, solo in virtù della predisposizione della sostanza pietra).

Pare curioso che i nuovi modelli della fisica e delle teorie della conoscenza sembrano riesprimere, con veste nuova, antiche intuizioni, lasciate decadere da quella scientificità sempre più positivisticamente orientata in senso oggettivante.
Qualsiasi rivoluzione scientifica comporta inevitabilmente una rivoluzione filosofica. La nuova fisica ha riaccentuato il flusso di problemi e di idee dalla fisica alla filosofia, relegando il positivismo a una sorta di latenza di coscienza scientifica nei riguardi della filosofia della scienza.

Dice Planck:”…Quando questo periodo di rinnovamento sarà superato non solo avremo scoperto nuovi fenomeni naturali, ma ci si apriranno anche delle visuali del tutto nuove entro i misteri della dottrina della conoscenza. Potrebbe anche accadere che certe vecchie idee dimenticate sorgessero a nuova vita e cominciassero ad assumere un nuovo significato.”

E Heisenberg: ”…l’apertura della fisica moderna può contribuire in certa misura a riconciliare le tradizioni più antiche con i nuovi orientamenti del pensiero”.
Prima di inoltrarci in alcune reminiscenze della filosofia greca antica, è necessario fare riferimento all’ultima delle questioni poste dalla nuova fisica, dopo il relativismo, l’indeterminazione, il probabilismo e la complementarietà.

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Dobbiamo ancora occuparci, cioè, del concetto di “particelle elementari”, e della loro interpretazione secondo una teoria corpuscolare o ondulatoria.
In breve: nell’interpretazione corpuscolare le particelle sono ritenute i costituenti fondamentali della materia, quale versione aggiornata del vecchio concetto di atomo, peraltro anticipata nel termine e nell’idea da Zenone e, soprattutto, Democrito. Nell’interpretazione ondulatoria le onde sono fatte corrispondere al trasferimento di energia; e in questo sembra ravvisarsi un riferimento tanto a Eraclito, quanto ad Aristotele (la materia prima).

Quel che appare ormai chiaro è che né i corpuscoli né le onde possono essere interpretati separatamente gli uni dalle altre, poiché, come dice H. Reichenbach, (ne “I fondamenti filosofici della meccanica quantistica”), “…tutti gli esperimenti possono venir spiegati attraverso ambedue le interpretazioni. Non sarà mai possibile costruire un esperimento che sia incompatibile con una delle due interpretazioni”.

Per Schroedinger: “…è lecito immaginare quei corpuscoli come enti più o meno transitori, all’interno di un campo d’onde determinato da leggi ondulatorie tanto precise, come se avessimo a che fare con enti corporei duraturi….Un corpuscolo non ha una sua individualità. In realtà non si osserva mai la stessa particella una seconda volta, proprio come Eraclito diceva del fiume…al contrario, è facilissimo imprimere un carattere individuale a un’onda, per il quale essa può essere riconosciuta con estrema sicurezza…”.

Ai fini della presente trattazione sarebbe inutile attardarci sulla questione lunghissima della corpuscolarità o meno; è invece rilevante toccare da subito la questione che vi è sottesa: l’energia.
Nel 1920 Einstein aveva scritto che “…le particelle elementari non sono…nient’altro che condensazioni del campo elettromagnetico”.

Ma allora sarebbe l’energia l’unità ultima.
E Heisenberg. “Se dobbiamo dare un nome alla sostanza fondamentale da cui è formato tutto ciò che esiste possiamo chiamarla soltanto energia. Questa è però capace di esistere sotto differenti forme.”.(cfr. la materia seconda di Aristotele)

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La realtà, in ultima analisi, sarebbe dunque costituita dal continuo scambio dell’energia in materia e della materia in energia, comprese le forze che tengono insieme gli addensamenti di energia-materia.
Per altri versi, si può affermare che la “particella elementare” sia anche uno specifico stato di energia vista dal sistema di riferimento del laboratorio dove si compie l’ esperimento.

La creazione di una particella nuova è una fluttuazione di energia; così, l’emissione di una particella non comporta la preesistenza di quella particella nell’ente che l’ha emessa; pertanto (de Broglie) “…per descrivere le proprietà della materia come quelle della luce ci si deve riferire a onde e particelle nello stesso tempo.”

E per Heisemberg: “Abbiamo imparato che l’energia si trasforma in materia quando prende la forma di particella elementare. Questa tuttavia non è ancora una formazione materiale nello spazio e nel tempo, ma in certo modo solo un simbolo, adottando il quale le leggi naturali acquistano una forma particolarmente semplice…ma, poiché massa ed energia sono, secondo la teoria della relatività, concetti essenzialmente identici, possiamo dire che tutte le particelle elementari consistono di energia.”. Arriviamo a Eraclito, come precedentemente accennato, se interpretiamo come energia quel che lui aveva nominato, quale elemento primario, fuoco.

Il fuoco, per Eraclito, è causa primaria di ogni mutamento, in quanto può trasformarsi in materia, in calore, o in luce.
E ce lo dice proprio Heisenberg:“…La lotta tra i contrari opposti della filosofia di Eraclito può trovare il suo riscontro nella lotta tra due diverse forme di energia”.

E per Aristotele: “…la materia prima, originaria di tutte le sostanze sensibili, è assoluta indeterminatezza e potenzialità (confronta: materia-madre di Platone); non esiste mai indipendentemente dal sistema delle forme che vanno via via determinandola.

Proseguendo sulla suggestione della filosofia greca, possiamo ricordare che soprattutto gli Scettici avevano già messo in discussione la possibilità di accedere conoscitivamente a una realtà esterna oggettivabile, al di là della nostra soggettività

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senso-percettiva; vale a dire che qualsiasi realtà è filtrata dalla nostra modalità conoscitiva.
Timone di Fliunte (320-230 circa), allievo di Stilpone e di Pirrone, fondatore, quest’ultimo, dello Scetticismo, movimento filosofico che si estende fino al 2° secolo d.C. con Sesto Empirico, ci ha lasciato il seguente esempio di soggettività: “Si dice che il miele sia dolce, ma io mi rifiuto di asserirlo come verità. Che sembri dolce, e che io lo senta dolce, questo lo garantisco in pieno”.

Ecco un altro esempio: se si sposta una mano da una bacinella di acqua fredda in una di acqua tiepida, la seconda sembra calda. Se si comincia dall’acqua calda la tiepida sembra fredda.
Prima ancora, Protagora, sofista del 5° secolo a.C., formulò la famosa frase: “L’uomo è misura di tutte le cose”.

Circa la Psicologia della Percezione, già la teoria della Gestalt aveva asserito che la percezione di totalità segue leggi proprie, e non poteva essere intesa solo come sommazione di singoli elementi.
In seguito la cibernetica e la sistemica avevano sottolineato una visione più prospettica, intendendo la totalità come un sistema di parti organizzate tra loro.

Una serie di altre tendenze degli ultimi decenni (nativismo, transazionalismo, costruttivismo, teorie dell’aspettativa, delle motivazioni, delle ipotesi, della dipendenza funzionale… impossibile elencarle tutte) ha ulteriormente evidenziato la grande variabilità sottesa nel percepire: gli oggetti vengono sempre percepiti da prospettive, gradi di illuminazione degli stessi, condizioni sensoriali generali, più o meno casuali e mobili, secondo la distribuzione probabilistica dei punti di vista degli osservatori, in relazione alle posizioni di questi ultimi, alle loro condizioni di illuminazione, ai loro movimenti e ai movimenti stessi degli oggetti percepiti, e così via, includendo poi le aspettative e gli stati interiori, fisiologici e psicologici, etc. etc.

Questo a ulteriore conferma di quanto possiamo smarrirci nell’incompletezza di qualsiasi oggettività.

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costruzione e scoperta in freud

La vasta produzione di Freud propone spesso sorprese, e talvolta anche asserzioni discordanti.
Questo, innanzi tutto, per il motivo che la sua teoria è “un work in progress”; per cui sarebbe sempre opportuno datare le citazioni, per ovviare a un confronto illegittimo su concetti espressi in epoche diverse.

E comunque, nonostante apparenti cambiamenti di direzione, o asserzioni tecnico teoriche possibiliste su paradigmi diversi, fino alla fine dovrà difendere le precisazioni invariabili, che caratterizzano la psicoanalisi nella sua identità, come teoria deterministica, incentrata sull’inconscio e sul disvelamento del rimosso, e dunque sulla ricerca della “verità”.

Ciononostante, è anche costantemente attento ai limiti della nostra possibilità di conoscere la realtà nella sua essenza.
Più ancora, in alcuni occasioni sembra aderire a una prospettiva funzionalisticamente pragmatica nei confronti del funzionamento dell’apparato mentale nell’attività conoscitiva della “realtà”.

Prendiamo, ad esempio, “L’avvenire di un’illusione” (1927), opera in cui si pone in una posizione di stampo decisamente illuministico a favore della scienza, e decisamente critico nei confronti della metafisica e della religione in particolare (della quale ultima, tuttavia, non nasconde l’interesse come fenomeno psicologico sia individuale che collettivo, ma stigmatizzandola come illusione).

Ecco i paragrafi conclusivi:
“…La scienza ha dimostrato di non essere un’illusione, anche se viene deplorata la sua incertezza, per il fatto che essa oggi enunci come legge ciò che la prossima generazione riconoscerà come errore, e sostituirà con una nuova legge, destinata anch’essa a non durare a lungo. I cambiamenti delle opinioni scientifiche sono sviluppo, progresso, non sovvertimento; …un’approssimazione rozza alla verità viene sostituita da un’altra, più

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scrupolosamente adeguata, la quale a sua volta attende un ulteriore perfezionamento. Si è infine cercato di screditare radicalmente lo sforzo scientifico adducendo che, in quanto vincolato alle condizioni della nostra specifica organizzazione, esso non potrà fornire che risultati soggettivi, mentre la natura effettiva delle cose al di fuori di noi rimarrà ad esso inaccessibile. Ma si prescinde, in tal modo, da alcuni fattori che ai fini della concezione del lavoro scientifico sono decisivi: la nostra organizzazione, che è poi il nostro apparato psichico, si è sviluppata proprio nello sforzo di esplorare il mondo esterno, e deve quindi aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare, e consente benissimo tale ricerca. I risultati ultimi della scienza, proprio a causa del modo in cui vengono acquisiti, sono condizionati, non solo dalla nostra organizzazione, ma anche da ciò che su tale organizzazione incide. Il problema di una natura dell’universo non riferita al nostro apparato psichico percettivo è, infine, una vuota astrazione, priva di alcun interesse pratico”.

Penso si possa essere davvero colpiti, dopo le citazioni precedenti, da quanto appaia quasi costruttivisticamente piagettiano il pensiero di Freud in quest’occasione; non solo per la valutazione di “interferenza” del nostro apparato conoscitivo sul conosciuto, ma anche per la considerazione dello scopo “pratico” del conoscere, potremmo dire della sua “viabilità”, in una posizione che rasenta la radicalizzazione di Von Glasersfeld, nel rifiuto di ogni metafisica, intesa come realtà esistente al di fuori del conoscente, e tuttavia senza scadere in un soggettivismo solipsistico, ma anzi, valorizzando gli sforzi conoscitivi, assimilandoli al processo di scientificità.

Ritornando a Freud, quanto all’idea di scoperta o di costruzione, e di quale realtà, è imprescindibile rifarci a “Costruzioni nell’analisi”(1937).
In questo breve lavoro, Freud distingue l’interpretazione, come limitata al significato di un singolo elemento, dalla costruzione, come serie complessa di congetture riguardanti uno svolgimento più ampio, un brano di vita con tutte le vicissitudini di

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fatti ed emozioni, mentre pone decisamente l’attenzione sul collegamento tra analista e analizzato per tale operazione.
Lo scopo del lavoro analitico verte sulla ricostruzione di una “verità storica”, che può anche differire dalla “verità materiale”.

In altri termini, non si ambisce a conoscere la realtà oggettiva dei fatti, bensì come il soggetto li ha vissuti, e dunque come li ha a sua volta “costruiti”.
Se il materiale analitico emerso non appare sufficiente, attraverso le interpretazioni, per una ricostruzione esauriente, spetta all’analista proporre costruzioni verosimili.

In condizioni favorevoli la costruzione fornita dall’analista potrà ottenere un tale “sicuro convincimento”, da essere paragonata a un ricordo recuperato, e svolgere la stessa funzione, talché un sostituto di realtà “costruito” si comporta con la stessa efficacia di una realtà “riscoperta”.

Per comprendere meglio la questione, dobbiamo tener conto dell’impostazione deterministico-genetica che sta alla base del procedimento d’analisi.
Si dà come stabilito che il malato “soffre di reminiscenze”.
Più propriamente soffre per la rimozione dalla coscienza di sentimenti o eventi che per qualche motivo sono troppo dolorosi da ricordare; e che, comunque, è proprio questo tentativo di dimenticare attraverso la rimozione, che genera sintomi e malattia, per l’instabilità di un siffatto meccanismo difensivo.

Ciò premesso, la funzione terapeutica consiste nel far riemergere, come da uno scavo archeologico, ciò che è rimosso, e che costituisce la “spina irritativa”, responsabile dell’evoluzione nevrotica sintomatica.
In tal modo, i contenuti che si è tentato di espellere, e invece ancora presenti nell’inconscio, vengono riportati alla conoscenza, e così possono essere trasformati o “bonificati”, nell’acquisizione di una consapevolezza riflessiva.

Come si vede, la questione rimanda ancora a una realtà che, espressa in altri termini, potremmo definire di 2°ordine, ma efficace tanto quanto una di 1°ordine, con perfetta equivalenza tra realtà esterna e interna, e cioè costruita.

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Per quanto poi attiene all’interferenza dello “scopritore”, Freud stesso si accorge che può essere adombrata l’idea di suggestione, e si prodiga, nel suo scritto, nel tentativo di confutare, con buone argomentazioni, l’eventuale obiezione di suggestione.
Comunque sia, con la ricerca di una realtà storica, cioè psichica, viene superata l’aspettativa-illusione di cogliere una realtà esterna, oggettiva e fattuale.

Anche se il concetto di realtà psichica, espresso come storica, che peraltro include l’interazione della fantasia del soggetto con eventi oggettivi, rimanda in ogni modo a una realtà preesistente, perché costruita precedentemente dal soggetto, e indipendente dall’interferenza propositivo-conoscitiva dell’analista.

In questa maniera la posizione freudiana rimane ancora agganciata all’ideale empirico- oggettivizzante, per cui anche l’ipotesi teorica fornita dall’osservatore, che ottieneconvincimento, deve essere intesa come esatta intuizione della realtà dell’altro, e non co-costruzione interattiva.

Dunque, ogni interferenza dell’analista, (che riduttivamente e con una certa imprecisione chiamiamo controtransfert), deve essere riconosciuta, padroneggiata, superata, ad evitare qualsiasi coinvolgimento “inquinante”.
Anche se, nel “sicuro convincimento”, è in ogni caso presente il concetto di “persuasione”, sia pur condivisa.

Paradossalmente, proprio nello scritto dedicato alle “costruzioni”, si apprezza uno sforzo ulteriore per ribadire la non ingerenza, sull’idea di una neutralità scientifica, quale quella di un archeologo, che nel disseppellire e ricostruire, non concorre però alla creazione di quei reperti, che gli preesistevano.

Ma, alla fine, Freud annota anche: “…rimane da vedere in quali circostanze accada…che tale convincimento svolge la stessa funzione di un ricordo recuperato,…e come sia possibile che un sostituto agisca cionondimeno con piena efficacia.”.

L ’ incertezza tra realtà psichica e realtà materiale, e la possibile invadenza dell’osservatore-interprete, che può filtrare i dati attraverso la sua teoria o opinione, si collega alla svolta fondamentale della psicoanalisi, del 1897, allorché Freud dovette ribaltare la teoria della seduzione.

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Prendiamo dall’Autobiografia: “…devo ricordare un errore…che avrebbe potuto essere fatale per tutta la mia opera…Quando mi vidi costretto a riconoscere che le scene di seduzione non erano mai avvenute nella realtà, ma erano solo delle fantasie create dall’immaginazione dei miei pazienti – e forse anche eventualmente suggerite da me stesso -…dedussi che per la nevrosi la realtà psichica era più importante di quella .materiale…”.

Per inciso, in una nota aggiunta nel 1924 a “Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa”, del 1896, si preoccupa di riaffermare che “la seduzione ha pur sempre una certa importanza etiologica”.

In altri momenti, il rilievo dell’effetto personale del terapeuta è addirittura ben dichiarato.
In: “Analisi terminabile e interminabile”(1937): “…L’analista deve essere dotato di una certa qual superiorità, per poter agire, rispetto al paziente, in determinate situazioni analitiche come modello, e in altre come maestro. Infine non bisogna dimenticare che la relazione analitica è fondata sull’amore della verità, ovverosia sul riconoscimento della realtà, e che tale relazione non tollera né finzioni né inganni…”.

E, più oltre: “…le caratteristiche personali dell’ analista costituiscono variabili importanti che incidono sull’esito della cura…”.
In: “Storia del movimento psicoanalitico”(1914): “…L’analisi presuppone il consenso assoluto dell’analizzato, e una posizione da superiore a sottoposto…”.

In: “Il problema dell’analisi condotta da non medici”(1926): “…la personalità dell’analista non è un fatto di indifferenza…il fattore individuale giocherà sempre un ruolo maggiore in psicologia che in qualsiasi altro campo…, con tutto ciò rimane sempre qualche cosa che corrisponde alla equazione personale nelle osservazioni astronomiche…”.

Nel contempo, Freud non evita, in molte circostanze, di dare ingiunzioni e indicazioni comportamentali, sia di compimento che di astensione.
Più volte, inoltre, parla di psicoanalisi come post-educazione; il che presuppone quantomeno l’apporto di conoscenze nuove.

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Eppure il riferimento epistemico resta sempre quello positivistico, reso con l’esempio dell’astronomia, scienza d’osservazione dei corpi celesti, su cui non è possibile sperimentazione alcuna, ma solo attenzione fenomenologica.
Ancora all’astronomia, fra l’altro, Freud fa riferimento, accostando metaforicamente la psicoanalisi alla “rivoluzione copernicana”, per l’ aver privilegiato lo studio dell’inconscio e della realtà psichica.

Ora, quel che si può considerare, è che l’esigenza da parte di Freud di validare la psicoanalisi sul piano scientifico ha probabilmente costretto, in particolari circostanze, affermazioni e assunti che, in altre asserzioni, e in momenti diversi, sembrano contraddirsi, per poi di nuovo riformularsi, in ossequio più a una coerenza teorica che a una prassi clinica.

Si deve anche ricordare che la necessità che Freud avvertiva di proteggere la scientificità e l’obiettività della psicoanalisi (lo psicoanalista come specchio, o chirurgo) derivava dall’iniziale intento di rimarcare la distanza dalla suggestione della pratica ipnotica, da cui la psicoanalisi ha avuto origine.

Perché, a buon senso, neppure Freud poteva essere così ingenuo da pensare che un analista è un osservatore obiettivo pari a un astronomo.

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evoluzioni “costruttiviste” in psicoanalisi

In una lettera a Sandor Ferenczi (2 gennaio 1927), Freud riporta un suo incontro con Einstein, con tutto l’humor che gli è frequente, dicendo: “Si, con Einstein ho chiacchierato per due ore…E’ allegro, sicuro di sé, amabile. Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica; la nostra conversazione è stata perciò molto piacevole.”. Non v’è dubbio che circa i contenuti delle rispettive discipline dovesse avere proprio ragione; ma, giudicando da distante, sul piano epistemologico potremmo dire che il divario tra Einstein e la “Scuola di Copenhagen” è in qualche modo simile a quello che potremmo osservare oggi tra Freud e il Costruttivismo radicale.

Dunque, sulle questioni di come intendere una posizione scientifica ancora rispettosa di una realtà “materiale” comunque asseribile, e di un certo determinismo (Dio non gioca a dadi), le loro posizioni avrebbero potuto trovare un incontro.
Vero è che le applicazioni delle rispettive teorie incontrano campi decisamente diversi: la psicoanalisi ha un intendimento non solo osservativo, ma anche pratico- trasformativo.

Di fatto, quanto alle speculazioni della nuova fisica, mi sembra che l’unica vera applicazione pratica sia quella di Enrico Fermi, o comunque del gruppo di Via Panisperna, per l’utilizzo dell’energia delle reazioni nucleari, con il rallentamento dei neutroni sui legami di idrogeno; e, di seguito, nel bene e nel male, tutto ciò che ha avuto attinenza con l’energia nucleare.

Ma, le configurazioni, e i postulati, della nuova fisica, propongono canoni di scientificità su presupposti epistemologici ben diversi da quelli formulati dall’ impostazione empirico-positivistica precedente, basata su rilievi di presunta oggettività assiomatica e dimostrabile.

Perciò, gli sforzi compiuti da Freud per aderire alla “scientificità ” del suo tempo, oggi si confronterebbero solo con modelli ormai superati, rendendo ormai poco significativi

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gli assunti di oggettività, anche rispetto a concetti quali suggestione e influenzamento, se riconosciuti nelle variabili di interferenza.
Per altri aspetti, potremmo addirittura superare l’aspettativa di una convalida “scientifica” generalizzabile, e pertanto avvalorante, accettando l’idea che ogni approccio abbia un proprio statuto, non assimilabile a quello di altri, e di conseguenza un proprio criterio di validità.

Siamo a più di un secolo dopo la scoperta-invenzione della psicoanalisi.
Per l’attuale mentalità post-moderna sembrano non esistere più verità assolute, ma piuttosto relative, parziali, probabilistiche.
La ricusazione del presupposto che la scienza sia obiettiva, neutrale e innocente ha messo in crisi anche ogni pretesa di rappresentare la realtà in modo assoluto e inequivocabile.
Ogni mutamento delle posizioni della scienza investe, seppur inavvertitamente, tutti i campi del sapere.
E di questo nuovo ambiente scientifico-culturale ha già risentito anche il pensiero psicoanalitico più recente, soprattutto nel nord-america, con l’impossibilità, o il rifiuto, di sostenere ancora i vecchi ideali positivistici di neutralità.
In tali nuove prospettive è già in atto la tendenza a includere la soggettività dell’ analista nel processo analitico, valutando gli aspetti di “interazione”, “intersoggettività”, “costruttivismo”.
Così si sono formate nuove correnti, di intersoggettivisti, costruttivisti, prospettivisti, interazionisti, interpersonalisti, etc.; e già in precedenza, in modi differenziati, le tendenze kleiniane, winnicottiane e kohutiane della psicologia del sé avevano posto l’enfasi sul ruolo non neutral-impersonale dell’analista.
Peraltro, questi “adeguamenti” alle posizioni teoretico-scientifiche più attuali stanno creando discussioni, e talora dissensi, circa l’ipotesi di un’evoluzione, o non, piuttosto, di una deviazione, capace di snaturare la psicoanalisi nella sua stessa essenza.
Non è certo qui il luogo per approfondire il pensiero dei vari autori.

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Mi sembra doveroso, però, citarne almeno qualcuno, e anche rilevare come esistano già anche divergenze tra le varie posizioni.
Hoffman, ad esempio, con la teoria del “costruttivismo sociale”, critica sia gli psicologi del sé che i teorici dell’interpersonalismo (si veda il cap. 5° del suo “Rituale e spontaneità in psicoanalisi”), per affermare una posizione più radicale, per la quale qualsiasi evidenza analitica è comunque una produzione (costruzione) intersoggettiva. Per inciso, con sociale intende il fatto che l’esperienza del paziente nella situazione analitica è fortemente influenzata dal contributo dell’analista (in altri momenti usa con significato analogo i termini critico e dialettico), mentre “il termine costruttivismoindica l’elemento di scelta che hanno i partecipanti nell’interpretare gli aspetti ambigui del passato prossimo e remoto e, inoltre, nel determinare il corso immediato e futuro della relazione analitica…il costruttivismo dialettico, con il suo accento sull’ambiguità e sulla costruzione di significato, mette analista e paziente di fronte all’elemento di libertà…e dell’ ampiezza delle scelte interpretative, …ove gioca anche l’ azione reciproca dei dati di realtà.”

Per il tipo di processo a cui fa riferimento, nel quale l’analista contribuisce con tutti gli aspetti della sua partecipazione personale allo sviluppo creativo della relazione, afferma anche che la distinzione tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica è irrilevante.

Tuttavia, proprio per la sua attenzione alla routine e ai rituali dell’analisi, non si può sottacere il contributo di un setting, piuttosto che un altro, alla co-determinazione del transfert.
Aron, Greenberg e Modell ritengono che si sviluppi inevitabilmente una relazione personale reale; le uniche opzioni riguardano se e come paziente e analista vi prendono parte; anzi, è proprio a uno speciale contatto affettivo con l’analista che si può attribuire una potenzialità terapeutica.

Sull’idea che non si può non contaminare il transfert anche Bollas e Goldberg, quest’ultimo muovendo da paradigmi kohutiani, sembrano convergere verso le posizioni precedenti.

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Ogden tutto sommato esprime convinzioni analoghe, con un concetto totalizzante del controtransfert.
Intersoggettivisti “storici”, come Atwood e Storolow, si propongono addirittura una riconcettualizzazione teorica e metodologica della psicoanalisi, che invece, probabilmente, a parer mio, non è ancora necessaria rispetto alle loro teorizzazioni. Traggo da “Volti nelle nuvole”: “La teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo, o teoria sistemica in quanto cerca di comprendere i fenomeni psicologici non come prodotti di meccanismi psichici isolati, ma come formati nell’interfaccia di soggettività reciprocamente interattive…Non è la mente individuale isolata, ma il sistema più largo creato dal gioco reciproco tra i mondi soggettivi di paziente e analista, o del bambino e di chi si prende cura, che costituisce il dominio proprio dell’indagine psicoanalitica.”. Per tali nuovi indirizzi, come ricordato anche dalla S. Turillazzi Manfredi, le idee base possono essere così, almeno parzialmente, riassunte:

  • 􏰀  il processo terapeutico si costruisce a partire dalle reazioni reciproche fra i due partecipanti alla relazione.
  • 􏰀  non è possibile comprendere la mente al di fuori della matrice relazionale (Greenberg),
  • 􏰀  i dati clinici sono i prodotti dell’iterazione fra analista e paziente,
  • 􏰀  l’ analista ha accesso alla psicologia del paziente attraverso la propriasoggettività (Dunn),
  • 􏰀  l’ interpretazione è l’ espressione personale e soggettiva che l’ analista ha delpaziente, come l’interpretazione di una sonata da parte di un pianista, epertanto, con questa interpretazione si rivela al paziente (Aron).
  • 􏰀  L’autorivelazione dell’analista può corrispondere alla simmetriaintersoggettiva, secondo una visione mutualistica.Ne consegue che, avendo preso atto dell’irriducibile soggettività dell’analista, ora si tratterebbe solo di incorporare anche questa variabile nel processo analitico: anzi, si può sostenere che gli aspetti relativi alla soggettività, se adeguatamente riconosciuti, possono giocare un ruolo propulsivo e più efficace.

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Certo è che assumere la soggettività nella situazioni d’analisi implica un problema non solo teorico, ma anche tecnico: l’intersoggettività fa riferimento a un’interazione dinamica tra le esperienze soggettive dell’analista e quelle del paziente, ed è certo una sfida epistemologica al positivismo classico.

A parità, se il transfert, come assunto, limita la possibilità di una conoscenza “obiettiva”, altrettanto dobbiamo sussumere che le percezioni, e dunque gli interventi, e le interpretazioni, dell’analista sono costruite attraverso il filtro delle sue esperienze e delle sue idee, cioè, analiticamente, attraverso la soggettività delle proprie fantasie inconsce.

Più ancora, si dovrà considerare che lo stesso analista può promuovere e determinare una sequenza interattiva, a cui è il paziente incentivato a rispondere.
Vero è che la stessa Anna Freud (anche suo padre in varie circostanze) aveva fatto ammissioni, per così dire, interpersonalistiche (Journal of the American Psychoanalytical Association, II, 1954): “Nella misura in cui una parte della personalità del paziente è sana, la sua relazione reale con l’analista non viene mai completamente offuscata. Con il dovuto rispetto per la rigorosa gestione del transfert, sento che dobbiamo in ogni caso tenere adeguatamente conto del fatto che analista e paziente sono due persone reali, alla pari ed egualmente adulte, che stabiliscono tra loro una relazione personale vera.”.

Ma se si assume l’idea radicale dell’impossibilità di definire qualcosa, sia di intrapsichico, sia fenomenologico, sia transferale, del paziente, che cosa resta di quel che comunemente si intende come osservazione, e, più ancora, intervento clinico?

Il concetto di una simmetria soggettivistica indifferenziata può perdersi in una paludosità confusa e caotica.
Per A.Green gli sviluppi interattivi rappresentano semplicemente delle eresie, per un appiattimento relazionale che vanifica lo specifico della relazione analitica, in una sottovalutazione della dinamica intrapsichica.

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Mi sembra che valga ancora la pena di distinguere la reciprocità, umana, da unasimmetria di relazione che, valorizzando un assunto teorico, può rimanere sterile sul piano pragmatico.
In terapia, l’asimmetria di posizione dei due soggetti non pertiene solo a un ruolo, ma soprattutto a un desiderio e a un bisogno.

Come in tutte le questioni, anche in questo campo è facile irrigidirsi su posizioni fondamenteliste estreme.
Ad esempio, secondo la visione classica, l’analista dà solo forma alle manifestazioni di transfert, mentre secondo una prospettiva intersoggettiva interazionista è appunto l’interazione analista-paziente che definisce la qualità del transfert.

Forse sarebbe meglio preservare, costruttivisticamente, le varie eventualità possibili, inun’idea di causazione sia trasversale che longitudinale (relazione sia interattiva che transferale).

Quello della reciprocità e simmetria resta una questione di fondo, anche fra gli interattivisti.
Nella mutualità, come è noto, viene recuperata l’idea dell’analisi reciproca di Ferenczi, che comunque, in qualche modo, partiva da riferimenti diversi.

Non dimentichiamoci, però, che Ferenczi, malgrado tutte le sue illuminanti intuizioni, sul piano clinico, con la reciprocità, si era arenato in un impasse tecnico.
Inoltre, le convinzioni teoriche di certi intersoggettivisti, sia pur in un atteggiamento ancora rispettoso di un intento non manipolativo, sembrano alterare la concettualizzazione freudiana di analisi come “conoscenza”, con la conseguenza di spostare l’obiettivo iniziale della psicoanalisi, privilegiando il concetto di influenzamento reciproco.

È ad esempio evidente il rimando all’esperenziale come fatto privilegiato (confronta “esperienza emozionale correttiva” di F.Alexander), relegando in secondo piano l’elaborazione interpretativa e l’insight.

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Per altri, invece, lo spostamento d’obiettivo sembra inclinare verso una prospettiva più pragmatico-terapeutica, rispetto a quella analitica sensu strictiori, per lo meno per come si era abituati: valga l’esempio di O. Renik, come successivamente esposto.

elementi di confluenza tra psicoanalisi, costruttivismo, e nuova fisica

Owen Renik occupa una posizione piuttosto radicale nella corrente intersoggettiva.
É infatti spesso criticato proprio per certe sue asserzioni, che sembrano stravolgere l’assetto abituale del setting.
Tuttavia, in alcune occasioni, esprime punti di vista per me di particolare interesse, perché possono recuperare su un piano pratico quel che oggi può apparire evanescente dal punto di vista teoretico.
Anche se, proprio per la valenza di terapeuticità in modo privilegiato, rischiano di rappresentare uno scollamento ancora maggiore con l’impostazione classica, che fa derivare comunque la terapia dal processo di analisi del transfert.
Di più, per quel che può apparire, certe sue asserzioni sembrano coincidere con un modello di terapia non solo costruttivista, ma addirittura interattivo-strategica.
Che cosa voglio intendere con questa definizione?
Mi servirò di Jay Haley, citando dal suo “Terapie non comuni”(1973).
“Si parla di terapia strategica quando il terapeuta mantiene l’iniziativa in tutto quello che si verifica nel corso della terapia ed elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema.
Quando un terapeuta e una persona con un problema si incontrano, entrambi contribuiscono a determinare la situazione che si sviluppa, ma nel corso della terapia strategica, l’iniziativa è quasi sempre nelle mani del terapeuta, che deve individuare (negoziandolo con il paziente) i problemi da risolvere, stabilire gli obiettivi, progettare gli interventi per raggiungere tali obiettivi, valutare le risposte che riceve per

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correggere il suo approccio, ed esaminare (con il paziente) i risultati, per vedere se la terapia ha avuto buon esito.
Nel corso della prima metà del secolo gli psichiatri furono preparati a non programmare né avviare gli eventi che si sarebbero verificati nella terapia, ma ad attendere che fosse il paziente a dire o a fare qualcosa; solo a questo punto il terapeuta poteva agire.

Sotto l’influenza della psicoanalisi, o delle terapie psicodinamiche in genere…il terapeuta doveva starsene in attesa passiva, e interpretare o semplicemente riproporre al paziente tutto quello che egli diceva o faceva.
Avrebbe inoltre potuto utilizzare un solo tipo di approccio, nonostante la varietà dei problemi o di persone che gli si fossero presentate.

Centrare l’attenzione su un problema, stabilire degli obiettivi, intervenire attivamente nella vita di una persona o esaminare i risultati della terapia era considerato una forma di manipolazione.
La terapia strategica non è una concezione o una teoria particolare, ma un nome per quei tipi di terapia in cui il terapeuta si assume la responsabilità di influenzare direttamente le persone.

Milton Erickson può essere ritenuto un maestro della terapia strategica.
Quello che è meno noto è l’approccio strategico da lui elaborato per il trattamento di pazienti singoli, di coppie e di famiglie, senza ricorrere all’uso dell’ipnosi, …che per lui era non più una sorta di rituale, bensì uno stile particolare di comunicazione.
Egli è passato progressivamente dall’idea di aiutare la gente a essere consapevole del perché fa quel che fa, al problema di come produrre un cambiamento terapeutico:…la sua concezione teorica del cambiamento…sembra che si fondi sull’ impatto interpersonale del terapeuta al di fuori della consapevolezza del paziente: prevede l’uso di prescrizioni che provocano modificazioni del comportamento e utilizza soprattutto la comunicazione sotto forma di metafora…”.

Probabilmente sto andando al di là delle reali, e consapevoli, intenzioni di Renik, per quel che attiene l’idea di una iniziativa strategica programmata e teoricamente asserita.

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Nondimeno, le citazioni che seguono, sono piuttosto suggestive in tal senso.
Traggo da una conferenza da lui tenuta durante un suo soggiorno in Italia, presso la sede del Centro Milanese di Psicoanalisi, il 3,12, 1999.
Citava il seguente episodio occorsogli:
“Non molto tempo fa ho presentato un lavoro alla Società Psicoanalitica Inglese a Londra. Dopo la presentazione c’era un ricevimento, durante il quale un analista anziano molto conosciuto stava parlando con un collega più giovane che era anche un mio amico. L’analista più anziano non sapeva che il collega più giovane fosse mio amico, il che gli permise di essere forse più franco di quanto altrimenti non sarebbe stato (e anche permise a me di venire a conoscenza della conversazione).
– Che cosa ha pensato del lavoro?-, chiese il mio amico.
L’analista anziano rifletté un momento: – Bene – osservò seccamente – Renik ha parlato parecchio sull’aiutare il paziente –
– Eh si – rispose il mio amico – non pensa che sia una cosa importante?-
– Assolutamente no – replicò l’analista anziano, con un po’ d’impazienza – Questo vale per gli analisti americani che si preoccupano della loro pratica.-“.
Renik ebbe a commentare che “molti analisti nel loro lavoro clinico perseguono obiettivi “analitici” che concettualizzano come diversi dagli obiettivi “terapeutici”. Lo stesso Freud professava esattamente lo stesso atteggiamento e metteva in guardia contro lo zelo terapeutico, il cosiddetto furor sanandi.
Nella mia esperienza la maggior parte dei pazienti desidera semplicemente essere aiutata a ottenere un sollievo dai sintomi. Non aspirano a esaminare la loro vita dal di dentro e per se stessa; semplicemente desiderano stare meglio.
Che sia palese o segreta, l’assenza di un obiettivo comune fa sì che il paziente e l’analista si trovino a lavorare con scopi trasversali, in modo improduttivo, spesso per molto tempo.”.
Certamente si può riflettere sul fatto che è difficile valutare un obiettivo se non concordato da entrambi.
E, per comprensibilità, i benefici terapeutici non possono essere espressi solo in termini teorici; si considerino i seguenti esempi di finalità:

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  • 􏰀  Viene messo in movimento lo sviluppo dell’io del paziente (Loewald, 1960)
  • 􏰀  La crescita emozionale avviene nella direzione del vero sé del paziente(Winnicott, 1961)
  • 􏰀  Migliora la capacità del paziente di cercare oggetti-sé (Kohut, 1984)
  • 􏰀  Il paziente reintegra aspetti del sé che erano stati precedentemente perdutiattraverso identificazioni proiettive (Steiner, 1989)
  • 􏰀  Là dov’era l’es ci sarà l’io (Freud)Se ne potrebbero citare molti altri.
    Ma potrebbe essere indicativo anche un’altro aspetto, quello legato alle indicazioni terapeutiche, e al fulcro, il punto centrale dell’intervento.
    Per un verso, e in questo caso in accordo con Renik dovremmo essere portati a prendere in considerazione i vari problemi presentati dai pazienti, o i loro disturbi più o meno impedenti, i cosiddetti sintomi, e le condizioni di disagio e di sofferenza.
    Ma la propensione a poggiare sulla teoria, circa le indicazioni di un obiettivo, in una accezione classica, fa riferimento a cambiamenti strutturali, piuttosto che di comportamento o sintomatologici.
    In altri termini, l’accento cade sulla personalità, con tutte le difficoltà che sappiamo bene connesse a tale concetto, al suo inquadramento , alla sua definizione, rispetto a tutte le teorie in merito; ancorché, per altri aspetti, tratti peculiari di personalità, o, ancor più, di carattere, sono senz’altro utili in talune modalità descrittive.
    Comunque, soprassedere ai termini della richiesta del paziente, in relazione al problema, al disturbo, all’impedimento, al tipo di sofferenza, da lui presentati, per concentrare il fulcro dell’attenzione su qualcosa che presenta tuttora disparità di definizione teorica, è, quantomeno, di difficile restituzione alla comprensione dell’utente comune.Come esempio potrei portare proprio uno studio in corso presso il Centro Milanese di Psicoanalisi, che proseguirà fino a tutto il 2004, meritevole certamente su un piano di ricerca, avvalorata dalla somministrazione di scale psicometriche, con successiva

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valutazione statistica di significatività; ma. certo, di difficile confrontazione “intersoggettiva” con il paziente.
Ecco, in sintesi, l’approccio della ricerca, per introdurre pratiche empiriche(sic) nella valutazione dell’attività clinica:

  • 􏰀  Mappatura in termini di disturbi di personalità dei pazienti
  • 􏰀  Ricerca delle correlazioni tra profili di personalità e tipi di trattamenti proposti(psicoanalisi, psicoterapia, farmaci, altro)
  • 􏰀  Eventuali correlazioni tra profilo di personalità individuato e drop-out/proseguimento del trattamento
  • 􏰀  Rilevamento di eventuali cambiamenti nel profilo di personalità del paziente, ecorrelazione con il tipo di trattamento instauratoPeraltro potremmo obiettare che un “disturbo di personalità” sia rarissimamente di per sé motivo di richiesta terapeutica, anzi: persone con gravi disturbi di personalità, per la loro caratteristica, tendono a evitare qualsiasi intervento terapeutico modificativo.
    Sul concetto di personalità, poi, siamo solo su un’ipotesi teorica, piuttosto che fenomenologica; sulla sofferenza, o sul disagio di un problema o di un conflitto possiamo certo con più chiarezza stabilire e concordare un obiettivo.

    E’ poi curioso voler stabilire che la prosecuzione o meno di una terapia dipenda “oggettivamente” dalla personalità del soggetto, senza richiamarsi all’attività, diciamo pure, all’interferenza del terapeuta.
    Evidentemente il riferimento scientifico classico è ancora tolemaico!

    Che valore può avere la valutazione su una sola invariante presunta, e definita meno che probabilisticamente?
    Quanto alla variabile d’intervento, com’è misurabile se gli stessi presupposti d’obiettivo non sono assimilabili?

    Per esempio, terapie reflessologiche, comportamentali, cognitivo-costruttiviste, sistemiche, strategiche, prescindono dalla concettualizzazioni di personalità.

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Altrettanto i farmaci, capiscono soltanto di GABA e neurotrasmettitori, senza aver ancora stabilito la loro correlazione con la “personalità”.
Ma oltre a tutto ciò, nessuno degli aspetti summenzionati definisce il problema nei termini dell’esperienza soggettiva del paziente.

Sarà utile riflettere su quanto la nostra prassi viene espressa nei termini della teoria della mente preferita dall’analista (confronta: interferenza dell’organizzazione della struttura mentale conoscitiva del conoscitore).
Torno a citare direttamente Renik: “…per me l’obiettivo dell’analisi è di permettere al paziente di sperimentare il sollievo dei sintomi, il più completo e duraturo possibile.” Certamente su questo punto si potrebbe trovare accordo generale, potendosi reinserire osservazioni teoriche, per le quali completo e duraturo dovrebbe allora comprendere ancora l’idea di un rimaneggiamento strutturale, anziché una semplice “chirurgia estetica”; laddove, però, circa il completo, lo stesso Freud aveva mostrato perplessità in “Analisi terminabile e interminabile”.

Ma, quel che conta, e che si differenzia, rispetto a posizioni più “classiche”, è:
1. L’indicazione diretta del rilievo fenomenologico dei sintomi, del problema,

dell’ obiettivo
2. La concertazione dell’obiettivo con il paziente, e non solo in base alla teoria

della mente dell’analista
Renik: “…io penso che una definizione dell’obiettivo di una particolare analisi e la valutazioni dei progressi verso tale obiettivo siano elementi di collaborazione tra analista e paziente, elementi però riguardo ai quali il paziente ha sempre l’ultima parola. …Guardo al problema che il paziente ha specificato, su ciò che potrebbe desiderare cambiare di se stesso, quello che potrebbe essere un ragionevole obiettivo della terapia…il mio approccio è pratico.
Sappiamo molto bene che un paziente può non essere in grado di essere specifico riguardo alla natura dei suoi disagi e di che cosa può aver bisogno per cambiare.
Ma se il paziente può non essere chiaro rispetto ai suoi particolari obiettivi terapeutici, allora la chiarificazione diventa prioritaria nel lavoro analitico…non può esserci un

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lavoro efficace a meno che e fino a che analista e paziente non sanno cosa cercano di ottenere…”.
In questo, sembra aver letto con attenzione una proposizione analoga di M. Erikson. Altra annotazione che accosta Renik alla tradizione costruttivistico-strategica palo- altiana, riguarda l’assetto della relazione analitica, in riferimento al transfert.

In realtà questo argomento spesso costituisce un’ accusa nei confronti degli intersoggettivisti, interazionisti, nel senso che perderebbero di vista la centralità del transfert.
Classicamente si ritiene il transfert motore della cura.

Si dice che senza l’attribuzione all’analista, da parte del paziente, di un “sapere speciale” (come ricorda Almatea Kluzer), la cura non avrebbe neppure inizio, e semmai lo avesse, le parole dell’analista, private della “forza” del transfert, cadrebbero in orecchie sorde.

Ora, però, si dovrebbe davvero sforzarci di fare una distinzione, anche con un certo riduttivismo, tra transfert come prevalenza di “proiezione psicopatologica”, sia positivo, idealizzante o erotico, che negativo, e “transfert” inteso a indicare la peculiarità di una relazione di particolare rilievo, cosa che non vale dunque solo nella prassi psicoterapeutica, ove autorevolezza e ascendente sono prerequisiti di un intervento efficace (fermo restando la valutazione a posteriori della positività o meno di tale intervento).

Il pragmatismo di Renik sembra propendere per un assetto transferale per così dire positivo, tanto quanto si dice della “compliance” di un paziente in un trattamento farmacologico.
Così si esprime: “…quando l’obiettivo dell’analisi è definito in termini di esperienza del paziente dei benefici terapeutici, si stabilisce fin dall’inizio una relazione analitica di collaborazione.”.

Quel che mi viene da commentare, però, è che in genere tale alleanza terapeutica non dura a lungo, e che dunque l’impostazione terapeutica summenzionata dovrebbe avere maggior successo per trattamenti brevi.

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Watzlawitck, un po’ sornionamente, invita a lavorare intensamente entro i primi sei mesi; dopodiché, così commenta, l’efficacia del terapeuta tende inevitabilmente a sminuire.
Ma ci sono ancora altri due aspetti che mi evocano similarità tra Renik e la tradizione sistemico-strategica (o, per semplicità, paloaltiana).

– Il primo è quello di chiedere direttamente, prima ancora di formulare interpretazioni. “…se non posso capire come una serie di associazioni che il paziente continua a fare possono avere il potenziale di portarlo più vicino ai sui obiettivi (invece di interpretare) cerco di fare domande; …creo un’occasione per mettere a fuoco il problema in modo ancora più produttivo…”.

– Il secondo consiste nel tener conto delle circostanze esterne, e non solo dell’intrapsichico, in una visione, tutto sommato, anche sistemica.
“…formulare obiettivi specifici può essere per se stesso un risultato importante, che implica un significativo guadagno terapeutico; in particolare nel caso di pazienti che nonostante lamentino di avere problemi psicologici, in realtà il loro disagio è essenzialmente il risultato di circostanze esterne. Quando sono in grado di identificare quali sono i loro problemi di disadattamento e che cosa bisogna cambiare, questo rappresenta un dura vittoria e un insight di enorme importanza.”.

Si può essere colpiti da questo spostamento di attenzione dall’intrapersonale all’interpersonale, e alle interazioni extra-analitiche: quasi un attentato rispetto a ciò che era stata considerata la cosiddetta rivoluzione copernicana di Freud, per la quale, introducendo le dinamiche interne della realtà psichica, la psicoanalisi aveva trovato i suoi fondamenti.

Viene da riflettere sulla curiosa storia del caso clinico dello “Uomo dei lupi”.
Questi, ricchissimo nobile russo, poco prima della Rivoluzione d’ottobre, aveva manifestato a Freud l’intenzione di rientrare in Russia, per tentare di salvaguardare i suoi beni, prevedendo quella che per lui sarebbe stata una catastrofe imminente.
Freud interpretò questo suo proponimento pratico come una sua resistenza nei riguardi dell’analisi, privilegiando la realtà psichica della sua intenzione, e interpretandola transferalmente.

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Così l’uomo dei lupi restò a Vienna, e perse tutti i suoi averi, fatto che non perdonò mai, tanto che per il prosieguo della sua esistenza continuò a vivere sulle spalle della psicoanalisi (rilasciando interviste a pagamento, utilizzando il suo nome reso celebre dallo scritto di Freud nelle più svariate maniere) e dello stesso Freud, che, probabilmente, si era sentito in obbligo di risarcimento, anche per l’occasione fornitagli dal paziente di elaborare nuove teorizzazioni.

Al di là di tutto, o proprio per tutto ciò che ci siamo sforzati di considerare, mi sembra che restino aperte le questioni fondamentali, su cui, per molti motivi, esistono ancora molte remore.
Mi servirò, perché mi sembrano molto ben espressi, degli interrogativi posti da A. Kluzer (relazione riservata, letta al C.M.P. il 3,12,99), e ai quali cercherò, per quanto possibile, di dare una risposta.

  1. la necessità di ridefinire i fattori che promuovono il cambiamento [fattori di terapeuticità], data l’importanza assunta dalla suggestione, dall’influenzamento, a scapito degli elementi di “conoscenza dell’inconscio”, di disvelamento.
  2. la necessità di ripensare i rapporti e le differenze che intercorrono tra psicoanalisi e psicoterapia, non più riconducibili “al porre e al levare”, “all’oro e al bronzo”…Per molti analisti contemporanei i confini tra le due sono incerti, o addirittura inesistenti.
  3. riconsiderare l’importanza del transfert, che non è l’omologo del controtransfert, nei suoi rapporti con la regressione e la suggestione: la forza del transfert come motore della cura, veicolo della suggestione. Senza questa forza le parole dell’analista sarebbero prive di effetto.
  4. l’intrecciarsi di forza e di senso ci confronta con una situazione paradossale nella quale il senso trasmesso dalle parole dell’analista è mobilitato dal suo controtransfert e viene veicolato dalla forza del transfert.
  5. ripensare all’origine ipnotica della cura, origine che è stata oggetto di rimozione, o diniego, nell’intendimento di promuovere la “scientificità” della psicoanalisi.

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Hoffman, psicoanalista membro dell’I.P.A., dichiara che il cambiamento fondamentale nella teoria e nella pratica psicoanalitiche, è quello che va da un modello positivista a un modello costruttivista; e cita, per avvalorare la sua asserzione, Berger e Luckmann, Schoen, Gill, Gergen, Stern, Protter (“Rituale e spontaneità”, pag. 154).

Modell riafferma le nuove prospettive in accordo con gli sviluppi attuali delle scienze fisiche.
Per quel che mi riguarda, tenendo conto proprio degli apporti specifici del costruttivismo (da Piaget a Von Foerster, Von Glasersfeld, Von Bertalanffy, Wiener, Watzlawick, Maturana, Varela, etc.), e di una diversa referenzialità epistemica della nuova fisica, in alcuni casi ho l’impressione che certe acrobazie teoretiche riformulino concetti già presenti nel bagaglio psicoanalitico.

Voglio dire che, nonostante tutte le asserzioni di innovazione e rottura, partendo dal presupposto della soggettività dell’analista come interferenza nel campo, ripensando ancora a Freud, si potrebbe avere l’impressione di vedere vino vecchio messo in botti nuove.

Peraltro, per l’intersoggettivismo, l’ammissione della presenza del terapeuta come influente, sembra quasi sollevare imbarazzo, a tal punto da tentare di ricomporre l’asimmetria con un mutualismo, o interazione, che ravvalori il paziente in una posizione non subordinata.

La percezione di un attivismo ineludibile, inerente l’osservatore, crea di nuovo allarme, nel sospetto di una possibile manipolazione.
La difesa, rispetto al timore di prevaricazione, sembra comportare la rivalutazione del paziente come soggetto, co-agente e coautore di un processo in cui l’analista è egli stesso soggetto fallace e probabilistico.

In tal modo si salva ancora la pretesa analitica di non operare solo per influenzamento personale, soggettivo.
Ma per far questo, è il terapeuta stesso a facilitare un appiattimento della relazione, nel favorire una reciprocità, assumendo una down-position rispetto al suo ruolo.

Eppure, dalle stesse premesse, “interferenza del terapeuta sul campo”, si potrebbe arrivare a conclusioni del tutto opposte.

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Se non fosse che, così facendo, si dovrebbero reintrodurre a pieno titolo variabili come suggestione, influenzamento, persuasione, manipolazione, finora ostracizzate, perché inaffidabili e ascientifiche su un piano dottrinale.
Ma… ragioniamoci su: a quale scienza vogliamo ancora riferirci?

Se Fermi non avesse variato la velocità dei neutroni, e se non avesse intuito la combinazione con l’idrogeno, cosa avrebbe mai ottenuto?
Certamente aveva manipolato i suoi oggetti di ricerca, ed è arrivato a conoscere non attraverso una scoperta osservativa, ma attraverso un cambiamento e una manipolazione del “campo” esperenziale.

La sua posizione non era affatto intersoggettiva, ma costruttivista di sicuro.
Ha costruito il modo per conoscere, e scoprire, la reazione nucleare; dopodiché, però, la reazione nucleare sarà riproducibile.
Detto questo, tuttavia, sgombriamo il campo da qualsiasi altro parallelismo.
Avere a che fare con la complessità dell’essere umano è tutt’altra cosa, e non appartiene più al mondo della fisica se non come metafora.
Non cadiamo nell’inganno dell’attribuire un senso letterale alla metafora (e qualche volta lo stesso Freud, dialetticamente, lo ha fatto).
Mentre, positivisticamente, nell’assetto analitico si era pensato di ridurre quanto più possibile il grado di interferenza, fino all’ideale di un sistema isolato, oggi si tratta di riflettere, ponderare, valutare, modulare, calibrare, regolare questa interferenza.
Si potrà obiettare che sono inevitabili anche i limiti della consapevolezza del nostro interagire, in virtù delle nostre dinamiche inconsce, le quali, potrebbero essere definite transferali più ancora che controtransferali, nonostante qualsiasi precedente analisi personale.
La risposta psicoanalitica non va oltre il consiglio di Freud, dell’analisi del controtransfert.
Tuttavia, il porre sempre più in primo piano l’apporto del terapeuta, l’inevitabilità dell’interferenza personale, del suo eventuale transfert, sono state considerate finora negativamente, nel sospetto di manipolazione e di prevaricazione.

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Le cose, invece, possono cambiare se si pone un’attenzione diversa sulla cosiddetta “interferenza”.
Per far questo, dovremo mettere in discussione tanto la scientificità della psicoterapia in riferimento alle scienze naturali, quanto la sua metodica, per ridefinire i “fattori di terapeuticità”, in psicoanalisi ancorati comunque al disvelamento del rimosso.

Per altri aspetti, potremmo asserire che la psicoanalisi si è in parte snaturata nel momento in cui è passata dalla terapia alla affiliazione.
Per il resto è ancora un contributo encomiabile e prezioso, purché la sua prassi si cali di nuovo nella “clinica”, sia pur restando la sua propria clinica, legata al concetto di transfert, delle difese, la rimozione in primis, e dell’Edipo.

Inoltre, la maggiore sensibilità all’apporto singolare dell’analista, dovrebbe finalmente includere anche la valutazione di altri elementi di ingerenza, quali, ad esempio, la suggestione del particolare assetto rituale del “setting”, oltre alle peculiarità personali del terapeuta.

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alcuni riferimenti bibliografici

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