Aids e correlazioni psicologiche

Intervento del dott. Massimo Adolfo Caponeri Camepsidi

L’anomalia e la protervia dell’AIDS consiste nel fatto di situarsi in modo onnicomprensivo tra le grandi epidemie storiche, quali la Peste il Vaiolo il Colera la Spagnola, e il flagello del nostro secolo, la malattia incurabile per eccellenza, il Cancro.

Come malattia contagiosa inoltre rilancia la condanna divina della sessualità attraverso la trasmissione venerea.

Quale ultima messaggera di morte si fa interprete degli altri inviati che l’hanno preceduta, e li rappresenta tutti contemporaneamente.

Si deve distinguere la condizione di sieropositività da quella di malattia conclamata.

Nel primo caso sono in primo piano i problemi della reiezione e del contagio; il sentimento di isolamento e discriminazione, o addirittura di ribrezzo, da parte degli altri può corrispondere al proprio sentimento personale di onnipotenza nefasta, nella capacità negativa di infettare e propagare morte.

Nella seconda situazione il discorso si concentra drammaticamente sulla morte e sulla sua attesa.

E’ certamente importante saper cogliere, comprendere e diversificare l’economia psichica e le difese in gioco nei differenti stadi.

E sinceramente è quello che anch’io mi sforzo di fare tutte le volte che mi si presenta l’occasione.

Tuttavia a tutt’oggi mi sembra più corretto, più appropriato per quanto mi riguarda, fare una confessione “controtransferale” di limitatezza, di insipienza, forse un’ammissione di incapacità.

D’altro canto come psicoanalista posso addurre a giustificazione la particolarità della formazione di base di tale disciplina, che presenta uno specifico differente da qualsiasi altro tipo di apprendimento medico, e cioè l’essere stati preventivamente sottoposti ad analisi.

Portando in qualche modo all’estremo il concetto è come dire che dobbiamo essere curati noi stessi per poter curare negli altri quei disturbi di cui anche noi abbiamo sofferto. Peraltro vengono subito alla mente istituzioni per tossicomani e per alcoolisti in cui la funzione terapeutica è svolta da ex-pazienti.

E’ evidente che debbano essere contemplati margini di intervento comprensibilmente più ampi per ognuno, tuttavia, sia pur un po’ per il gusto di esagerare, potrebbe conseguire che il limite della propria psicopatologia, sperabilmente superata, possa corrispondere a quello delle capacità terapeutiche.

E per quanto riguarda la patologia in questione non conosco ancora analisti contagiati, né tantomeno guariti, o addirittura morti e poi tornati a lavorare.

INTRODUZIONE

Si dice che l’analista utilizza se stesso come strumento di terapia.

Ciò gli deriva dal fatto di aver elaborato durante la sua analisi personale le sue vicissitudini interiori e i suoi conflitti.

Ma nello svolgimento del proprio lavoro succede di imbattersi in casi in cui non è subito possibile ritrovare l’altro in se stesso.

E allora è più difficile pervenire a una verità che non si conosce.

Va da sé che la verità che si ricerca e che si vuol costruire attraverso l’analisi non si configura come semplice conseguenza di osservazioni logiche e deduzioni razionali. Essa è piuttosto un’acquisizione di senso che di sapere, e nello stesso tempo una realizzazione esistenziale.

Si può certamente tentare di sopperire con l’empatia, o attingendo da esperienze personali similari e da stati d’animo analoghi.

Più ancora si può tentare di identificarsi con il paziente, di mettersi nei suoi panni.

Per questo conviene servirsi della forma narrativa.

“Quello che potrebbe accaderti, e che vedi accadere nell’altro, consideralo come se ti fosse già accaduto, così diviene proprio tuo.

Ora sei tu anche l’altro, e il tu e l’altro è anche per tutti.

Quello che tu racconti accade anche a me che ascolto.

E’ già accaduto anche a me che posso raccontarlo in una comunicazione condivisa.”

JOLANDE

La domanda posta da Jolande al gruppo, quella volta, durante una seduta, in modo così semplice, così ovvio, riassumeva il problema in tutta la sua sintesi, ne esprimeva tutta la drammaticità.

– Chi di voi farebbe l’amore con me, sieropositiva? -.

Era solo per far contenta la mamma che Jolande era venuta al gruppo.

Dunque perché parlare di sé?

E perché ascoltare quelle stupide storie di piccole fobie, di gelosie private e invidie da niente?

Come sono noiose le storie degli altri!

Mentre la sua storia si era fermata là:

all’ultimo amore tentato, dopo mille rovine, e tanta droga indietro.

E ora aveva accondisceso a questo tributo di presenza tra gli altri.

Tanto, esserci o non esserci, che importa!

Come se ormai ci potesse davvero essere dell’altro, oltre alla droga, e poi al rifiuto, e quindi alla solitudine senza futuro!

Proprio non era facile ritrovare il ricordo di un amore ormai lontano,

che,

tra l’incanto e la rottura,

oltre la speranza e l’annientamento,

aveva lasciato solo impronte e presagi di morte a circolare nelle vene.

Vene,

che pure avevano vibrato nella tenerezza,

tremato nella passione,

e si erano distese nell’abbandono.

Condividendo il monolocale di periferia, e i più inconsistenti progetti, si erano poi anche divisi roba e siringa, Jolande e il suo squallido amante.

Ma, forse, non era nemmeno stata quella volta.

Non voleva pensarlo.

Perché per lei si trattava di una questione importante, d’amore.

Voleva che fosse amore, e non solo sesso, non solo droga.

Poi il tempo passa, e ci si abitua.

E il sesso, peraltro, conta sempre meno.

Passa l’orgasmo, passa il sentimento,

passa quell’uomo che un giorno non ritorna più,

passa anche Jolande quasi;

solo la droga rimane.

E per far passare anche questa ci vuole tanto più tempo,

tra i ricoveri, i controlli e il Naltrexone.

E ora, che proprio niente di niente è più rimasto,

ecco uno strano nome di donna apparire all’improvviso,

questo si, per non abbandonare mai più.

Elisa è il nome di un test per l’AIDS.

È un nome dolce, ma la sua presenza ora resterà per sempre con un gusto amaro.

– Chi di voi farebbe l’amore con me, sieropositiva? -.

E’ forse l’eccessiva provocatorietà della domanda che suscita cautele, e razionalizzati dinieghi tra gli astanti;

che fa tremare le voci,

raggelare gli affetti

e provoca rigetto.

O, più ancora, un terrore improvviso evoca e si lega a fantasmi profondi,

e non permette una valutazione più realistica del pericolo.

Il richiamo non sortisce il suo effetto,

ma al contrario genera fuga,

e la fuga diventa fobia,

e allontana più da se stessi che dall’altro.

Eppure, era fin troppo evidente l’appello di Jolande.

Lei voleva sentire ancora il diritto di essere accolta,

toccata,

e al contempo potersi ancora offrire come una cosa accettabile, buona,

e non solo come immondizia velenosa, da cui si prende distanza,

e magari si auspica l’uso dell’inceneritore.

Sarà che in fondo, come medici, abbiamo superato parecchie resistenze, per la frequenza sempre maggiore di tali pazienti.

Sarà che con l’abitudine talvolta si diventa anche un po’ spavaldi.

Ma certo non ci intimorisce una ” stretta di mano “.

Tutt’al più abbiamo imparato uno scrupolo maggiore nelle norme igieniche, piuttosto comuni, in fondo, e semmai troppo spesso disattese nel passato.

E così l’uso dei guanti, soprattutto avvicinandoci ai liquidi biologici, è diventata prassi corrente.

O, sarà che talvolta sembra che limitarsi a interpretare possa essere poco, per far davvero mutare un atteggiamento o un convincimento profondi.

Per ottenere un tale effetto, in certi casi, è come se si dovesse “creare, determinare una situazione”.

Ma si è mai sentito di un analista che dichiara di fronte a tutti la propria disponibilità a far l’amore con una paziente in cura?

Però, in realtà, non mi costava poi molto, potendo premettere l’inopportunità di una tale evenienza per motivi legati al rapporto terapeutico.

Dunque, fatto salvo questo argine così rassicurante, mi diveniva facile affermare che, con le precauzioni igieniche dovute, e, al di fuori delle considerazioni suddette, avrei potuto fare l’amore con Jolande con tutta tranquillità.

Ma… era poi vero?

A ripensarlo ora, non potrebbe essere che gli altri avessero temuto una compromissione più pratica, una maggiore possibilità di concretezza della cosa, come se la loro risposta avesse potuto comportare un rischio più reale di fattibilità?

Può darsi che io mi trovassi solo più protetto, più garantito, e che profondamente provassi anch’io tutti gli stessi sentimenti di repulsione degli altri.

Con quanta tranquillità, rispetto a ogni ambivalenza, avevo detto sì, quando anche il no, in altre circostanze, appare balbettante.

A onor del vero, tale intervento aveva ottenuto, come effetto, una generale riduzione delle angosce, e una migliore disponibilità di accoglimento.

E, per me stesso, avevo certo colto un’occasione per far bella figura, e mostra di coraggio.

Come può diventare di comodo in una situazione siffatta il rispetto del transfert!

Se non fossi stata sieropositiva, cara Jolande, avrei avuto la stessa audacia?

Avrei potuto così facilmente sottrarmi all’ambivalenza del desiderio, se questo desiderio non fosse stato in realtà così profondamente contrastato dal “pericolo di morte”?

Perché un vero desiderio, un’autentica ammissione di possibilità, fa sempre esitare un po’.

E, invece, è proprio la percezione profonda di assoluta non adesione e di estraneità a un’idea, che permette di asserire con noncuranza, quasi con indifferenza, ciò che sentiamo che non potrà mai coinvolgerci.

Più vado avanti a considerare la cosa, e sempre più è evidente che la mia affermazione sfrontata e sicura, in definitiva, esprimeva il suo contrario.

E che, in realtà, difendevo un mio rifiuto profondo, legato a motivi che vanno al di là di qualsiasi questione di transfert.

Per niente diverso, dunque, da quello dei pazienti del gruppo.

E la controprova non è forse data dal fatto che non ho ancora comprato dei preservativi, dimostrando così di non aver nessuna intenzione di dar seguito alla mia dichiarazione?

Ma non disperare, dolce Jolande.

La tua richiesta supera le comuni capacità di un terapeuta, e svela la sua vera empatia controtransferale.

Mette troppo alla prova la realtà dei sentimenti, e invoca, al di là da ogni atteggiamento di cura, una questione d’amore, probabilmente.

E forse è solo l’amore che può convincere davvero ad accettare il rischio di un accoppiamento potenzialmente mortifero.

E i terapeuti, è noto, non sono le persone migliori nelle faccende d’amore.

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