L’analista di fronte alla morte

( Tossicomania, omosessualità e A.I.D.S.:storia di Fabio )

Intervento del dott. Massimo Adolfo Caponeri di Camepsi

 

– 1 – Tra una vorticosa solitudine e l’esaltazione.

Un’isola non è tutto.

è solo un momento,

una frase,

un accartocciato ricordo s empre attuale e mai vero,

e, comunque, un destino.

è che nella sua solitudine da vecchio adolescente non aveva neanche più amici:

obbli­gato in città nuove e sconosciute, per motivi di studio, di lavoro, di sopravvivenza.

Strappato all’origine, aveva dovuto guadagnarsi l’esistenza al­trove.

Come mai che durare dopo la nascita obbliga a un distacco?

E si era ritrovato mendicante, saltimbanco, e poi schiavo.

E, comunque sia, superfluo, se, co­me straniero,

dove­va al­ternare un vissuto da viandante con la sensazione di un re­cluso.

Pertanto, aveva cominciato a vivere, come affidandosi a una corrente che trascinava i suoi piedi do­ve non sapeva.

Eppoi andarci!

O, meglio, lasciarsi trasportare.

Pure se peggio sarebbe stato nemmeno farsi trascinare,

e rimanere inerte.

Alla fine, comunque, non aveva potuto che arrendersi sotto un sole caldo,

che bru­cia le sensazioni e soffoca ogni sentimento nell’aridità.

E si era chiesto:

com’è che si deve stare tra gli altri?

Che cosa c’era in comune?

Una vita condotta senza convinzione,

e che senz’altro non comprendeva,

pote­va ba­stare?

No di certo!

Perché, tirando avanti così,

come cercando di sopravvivere al giorno presente,

reci­tando con gran fatica il suo ruolo,

e senza neanche riuscire a soste­nere la parte a lungo,

scegliendosi un nuovo copione di giorno in giorno,

la sua vita era come non gli appartenesse.

In altri termini,

la realtà della propria esistenza sem­brava ridursi a uno sfor­zo

per impersonare l’inter­prete di un personaggio.

E così aveva tentato di apparire, senza successo, impe­ratore in terra stra­niera.

Oppure si era fatto giullare,

girando mascherato,

vario­pinto di umori forzati,

che tendono alla simpatia e muo­vono al riso.

Diceva l’impersonale, e viveva altro da sé in mezzo agli altri.

E, dopo essersi nascosto, si era messo in evidenza con forza:

come se aprire la porta verso l’uscita prima de­gli altri avesse significato un copione più corto da di­re.

Come altro si fa a esprimere il vissuto di disadattamen­to di Fabio prima dell’isola?

Lo stesso sforzo di adattamento agli altri,

a mentalità inedite e luoghi incon­sueti,

lo faceva sentire inutile.

Anche se, talvolta, si chiedeva a che servisse, in fondo, essere utile.

Era già caricato di grosse some,

avendo se stesso per carico.

E tentennava,

barcollava un po’ camminando,

certo non poteva sentirsi stabile nella sua condizione.

e tuttavia tirava avanti.

In fondo, si fa quel che si può.

Forse, non completamente.

Ma se avesse dovuto muoversi anche infiniti rimproveri,

allora sarebbe fini­to schiacciato,

gravato da quest’ultimo peso.

Così, quando le sue parole erano diventate le stesse parole,

che aveva ripetu­to ogni volta,

nessuno aveva più voluto ascoltarlo.

Di nuovo inerte,

in un’attesa indefinita,

attendeva solo al compimento dei propri obblighi di studio e di lavoro.

Il vuoto di una lontananza, a contenuto materno,

era abi­tato solo da nostalgia rimos­sa.

Partito da tempo, aveva nascosto in una valigia chiusa tutti i suoi ricordi.

Avrebbe dovuto sceglierne almeno uno,

per viverci so­pra,

per poterlo in­dossare nelle sere in cui faceva più freddo.

Ma in tale stato di solitudine inconsistente,

che in­clina a una rassegnata incomuni­cabilità,

anche i ri­cordi sarebbero apparsi come nuvole di sogni,

vendute al primo acquirente.

In tanto disfacimento avrebbe potu­to fare qualsiasi cosa:

fug­gire per il mondo, ammazzarsi, avvelenarsi con l’al­cool, prostituirsi.

E, in effetti, aveva anche fatto tutto questo.

Inoltre era capitata la droga.

Era stata l’isola stregata a creare il maleficio e avve­lenare il sangue.

Quell’isola assolata,

a determinare la fine, il crollo, la distruzione, l’annientamento, l’ob­brobrio.

è vero che adesso era ancora qui.

Ma…come?

Proprio lui che c’era nato in un’isola, tra l’Italia, anzi la Magna Grecia, e l’Africa: solo un po’ più gran­de, un po’ più verde dell’altra, ma neanche poi tanto.

Si è sempre saputo che il luogo dell’inizio e il luogo della fine sono simili,

o addirit­tura gli stessi.

Ma chissà se, per una volta, si poteva spezzare il ciclo obbligato dell’eterno ri­torno all’origine come sentenza inappellabile?

Una volta usciti da un grembo di donna, è difficile sottrarsi all’abbraccio in­cantato e sognante che, subito dopo, ancora una donna offre.

E se anche, in seguito, quando il tempo è trascorso, si riesce a svincolarsi

e si pensa di essere fuggiti lontano,

alla fine,

un altro abbraccio si protende ancora, per accogliere in un ultimo grembo.

è sempre la stessa donna che, nonostante tutto,

è riuscita in modo mirabile a prece­dere,

oppure non si è mai mossa,

sicura che si sarebbe compiuto un percorso circo­lare?

Fabio sembrava trattenuto in un viluppo primitivo, voluttuoso,

alla cui attrat­tiva non aveva saputo sottrarsi.

Era come se l’immagine catturante di una figura materna,

lontana, eppure tuttora adescante,

si stagliasse luminosa e incombente nel proprio destino.

E, nei tentativi maldestri di affrancamento,

aveva sempre imboccato vie che,

invece,

sembravano risucchiarlo più direttamente in un baratro profondo.

– 2 – Dall’inerzia alla scoperta “iniziatica”.

I capelli e gli occhi chiari, e un corpo armonico e asciutto, sarebbe certo dovuto piacere.

In effetti, le donne con cui aveva a che fare, magari per lavoro, lo vezzeggiavano spesso.

Ma si sbagliavano quando, con sorriso malizioso, commentavano che: – chissà a quante ragazze faceva girare la testa -.

Tra l’incertezza e lo smarrimento, evocava un sentimento tenero e materno.

Che, però, non era sufficiente a innamorare nessuna ragazza.

E così, per lo più, si ritrovava solo;

o, meglio, fuori posto.

Talvolta avrebbe voluto fuggire,

ma, non sapendo dove sarebbe stato possibile,

ri­maneva inerte,

senza nemmeno aspettare che qualcosa avvenisse:

aspettava indefini­tamente.

Dopo un po’, tuttavia, riprendeva a camminare,

sia pur inciampando, ogni tanto,

in qualche nuova delusione o in qualche sbaglio,

rialzandosi a stento poi,

o magari rimanendo per un po’ abbandonato a terra,

su un selciato duro e imprevedibile.

Fino a che, mec­canicamente, di nuovo,

riprendeva a muovere un passo dopo l’altro.

Poteva spingersi, allora, in zone e quartieri ancora sconosciuti,

come uno straniero in viaggio,

e fermarsi tra gli altri come un viandante.

In tal modo aveva cominciato a frequentare locali ove si ritrovavano artisti senz’arte, “impegnati” annoiati: personaggi, comunque, che sembravano proporre cose diverse, mete diverse, altre concezioni.

Dall’incertezza del proprio stato,

dalla trasparenza delle proprie idee,

dal proprio disorientamento,

da cui tanto avrebbe voluto andarsene,

ecco che piano piano si era presentato un nuovo sole a indicare la via.

La promessa di sensazioni mai provate e di intesa comune,

la scoperta di nuove verità,

l’acquisizione di un senso,

la realizzazione di una propria scelta di vita,

nella pienezza, dopo tanto vuoto, di esperienze compiute e conoscenze sublimi.

L’estate, soprattutto, diveniva penosa,

quando anche gli obblighi quotidiani erano sospesi dalle vacanze.

E quell’estate gli avevano detto:

“Vieni via con noi se non sai che fare;

le isole della Grecia sono ancora protette da divinità,

sono santuari di antichi misteri.

Ne sono intrise le rocce e il vento ne porta la voce e l’incanto”.

L’ “acido” libera le percezioni e proietta fantasmagorie di immagini e colori mai visti, disvelando nuovi saperi.

Il “ralentì” dell’haschisch addolcisce movenze e sapori,

e assorbe i controeffetti degli stimolanti in discesa.

Il gergo appreso, e le emozioni trasmesse, individuavano un’appartenenza.

E così il conforto di una comunicazione allontanava la paura,

e lo rendeva tranquillo, di un’esperienza sotto controllo.

Chissà, dunque, se non ci fosse stata l’isola, che non si sarebbe fermato solo a questo!

Forse avrebbe potuto mantenere il dominio delle proprie sensazioni nell’ambito di una volontà integra e limitante, di una intenzionalità consapevole.

Perché, nell’isola, invece, ogni cosa era fuori dell’ordinario:

tutto diventava possibile e poteva essere vissuto fino in fondo.

Niente può eguagliare il grande passo, quando,

vinta ogni resistenza,

si è di fronte alla resa di una penetrazione,

che immette direttamente nel proprio corpo,

dal turbinio di una vena,

la massima sensazione,

l’estremo limite del provare.

Il tempo,

rubato via dagli uccelli in volo,

era sostituito dall’accartocciarsi e dal dilatarsi di sensazioni e di immagini,

che diradavano verso spazi d’ombra e di luce,

e si sommavano a un assembramento di pensieri

che si sovrapponevano l’uno all’altro.

Un susseguirsi di spazialità contrapposte alternava oasi di lontananze assolute,

con grovigli di immediatezze,

che si adagiavano,

con una forte inclinazione,

verso le rocce discontinue e ravvicinate.

Mentre la luce polverosa del giorno degradava su tramonti colorati,

che pure, presto, disperdevano di nuovo il buio,

per illuminare ancora i calici dell’alba,

cadenzati dalla ritmica assunzione di polvere bianca.

Un girotondo interminabile di tentazioni e di quiete lo collegava a persone e cose,

sull’onda di un’attrazione indifferenziata o di un appagamento confuso.

In tali circostanze aveva esperito la prima sessualità:

con altri uomini,

che offrivano bocche di donna,

e grembi… duri.

Le calde brezze provenienti da Kos avevano accompagnato l’adepto all’ingresso di una nuova sensorialità.

I vaticini delfici avevano suggellato una nuova appartenenza.

La pienezza delle immagini svelate scorreva tra le sue mani e la Grecia,

nell’attualità smisurata dell’eterno presente.

– 3 – La pienezza e l’assenza.

Poi si sa che la “scimmia” rimane appiccicata addosso.

E fa avvertire in ogni modo la mancanza.

Obbliga chi si muove tra l’aurora e la nebbia,

in una ricerca continua,

a mendicare,

a fare commercio,

e mettere sul banco delle offerte l’identità e il sesso,

per poi disperdersi dall’estasi all’ospedale.

E quel che nel passato era vuoto e incertezza,

trasparenza e insuccesso,

ora,

con l’astinenza,

deflagra in una frammentazione di strazio, di dissoluzione, di sfacelo.

I lunghi incommensurabili periodi della sofferenza e del dolore fisico avevano offerto ospitalità per la prima volta in modo concreto alla morte e alla sua persecuzione.

E talvolta anche al suo desiderio, quale invocato senso di liberazione.

– 4 – L’astinenza e la creatività.

Poi Fabio, dopo fasi alterne di vittorie e di sconfitte, era riuscito ad allontanarsi dalla dipendenza costante, dalla necessità quotidiana.

Lentamente, ritirandosi da tutto quel mondo disfatto, aveva incontrato la propria creatività, nella pittura.

O, forse, proprio l’epifania di un daimon,

la comparsa di un’anima che voleva espri­mersi non più soffocata nell’analgesia, avevano favorito un distacco.

Chissà quale miracolo aveva fatto scattare una scintilla, provocando un’accensione interiore, che negli ultimi tempi, peraltro, gli aveva permesso di mettere insieme una collezione di quadri, che non aveva mai mostrato a nessuno.

Senza ancora sapere che avrebbe potuto farne merce di scambio per mesi di sedute, il cui pagamento diveniva così imponente rispetto al suo poco guadagno.

Quanto a me, mi sembrava di rappresentargli un riferimento d’ascolto, a cui rivolgersi, per non sbandare ancora tragli incantesimi e i soliloqui, quasi senza troppe aspettative, così, come per mostrare il suo nuovo procedere, quale suo personale ritrovamento.

Perché, dunque, non considerarla un’alchimia migliore, se al posto di una figura ieratica e illusoria, di un’immagine lontana e inconoscibile, poteva ritrovare una più semplice disponibilità d’ascolto, una persona solo un po’ più esperta, più risolta: un congenere di specie più forte, ma comunque sia mortale, e non appartenente alla razza degli dei.

Che curioso, ripensando ora, che l’emergere di una generatività artistica e spirituale concomitasse con l’inizio di uno spegnimento delle forze della natura.

Può esistere un’inversione di tendenze vitali?

Quante volte una fisicità rigogliosa, una natura traboccante, si accompagnano a una apparente sterilità di pensiero?

Non si configura il timore di poter considerare l’espressione della creatività come un requiem?

– 5 – Il lavoro, l’arte e l’amore.

Un lungo tempo era caratterizzato da quel che si può definire come un buon impegno produttivo, sia nel lavo­ro, che artistico.

E, per la vita privata: chissà se era solo per compiacere!

Eppure l’innamoramento per Paola sembrava coinvolgerlo seriamente.

Tutt’al più si sarebbe detto che esagerava nell'”indicazione analitica di non agire”, evitando qualsiasi concreto “passaggio all’atto”, limitandosi alla vicinanza, alla tene­rezza, ai weeck-ends culturali e alle tante parole attorno ai tavoli di pizzeria.

Una relazione che poteva apparire un po’ adolescenziale; ma certe remore, certe ritrosie, sembravano anche contenere paure maggiori.

Non si erano comunque più ripresentate tendenze, né tantomeno comportamenti omosessuali.

Quasi che l’omosessualità fosse stata una questione strumentale; come quando, in etologia, gli animali si offrono all’aggressore per spostare sul sesso un eventuale at­tacco distruttivo, o quando ripiegano al comportamento omofilo e alla masturba­zione in cattività, nella riduzione di spazio e per mancanza di femmine.

Certo non era solo così semplice.

Nell’incontro con amici così particolari c’era stato quasi il ritrovamento di un doppio narcisistico; per poi magari sentirsi scivolare in uno stato di confusione di sensi, che poteva provocarsi anche da solo in una sorta di autoerotismo masturbatorio.

E, con l’omosessualità, l’isola stessa aveva rappresentato un grande abbraccio materno onnipotente.

Ma avevamo già trattato molto questi argomenti, e il legame materno in partico­lare.

E in quanto a Paola, se un amore così ben custodito non finiva subito a letto, si po­teva ben aspettare.

I tormenti trascorsi invitavano alla cautela e indicavano prudenza.

E forse per la prima volta poteva parlarne, quasi a chiedere ragguagli e consigli.

Vero è che a fronte di tanto progresso, al di sotto di tanta comunicazione, era come se si intuisse un continuo non detto, una zona buia, congelata e riposta altrove.

Ma, in fondo, perché essere sospettosi?

Anzi, non si poteva che essere ottimisti.

Le esperienze omosessuali erano come un ormai lontano corpo estraneo, espulso da tempo.

Non c’era più bisogno di droga per provare sensazioni o quietarsi.

Un nuovo, o meglio, primo amore stava per salpare alla ricerca di terre promesse.

Tutto sembrava procedere al meglio, secondo le regole e le aspettative, con tante questioni da affrontare durante le sedute che si succedevano regolari e co­stanti.

– 6 – La malattia.

Certo ogni tanto capita di non poter venire.

Un raffreddore, un’influenza; oppure un mal di gola, con le placche bianche in bocca, come i bambini.

Qualche inverno ci si ammala di più.

Forse fa più freddo, forse ci si copre meno.

Forse si è sbadati, ci si trascura un po’; ed ecco che capitano delle complicazioni.

Come mai quella polmonite non passa?

Il ricovero in ospedale riaccende vecchie angosce, vecchi ricordi.

Ma questa volta la degenza è più lunga.

Tuttavia arriva anche il giorno che si torna a casa.

Allora le sedute possono riprendere.

Che stanchezza, però, che fiato corto.

Ma si può fare con calma, senza affannarsi; e poi in studio non fa freddo.

E invece…parole inaccettabili e preconsciamente già note.

Una verità rifiutata, la cui rimozione era stata finora tessuta da una collusione comune.

Ora è chiaro che non era solo timidezza il suo atteggiamento con Paola;

e se non aveva mai fatto il test è perché profondamente già lo sapeva.

Adesso la malattia sta avanzando, e chissà se sarà pigra o avrà fretta?

Si può anche capire se non si vuol continuare un rapporto che dovrebbe tendere a una costruzione di vita, a una più matura realizzazione dell’esistenza.

Ormai conta solo prepararsi alla morte.

Ma è anche legittimo non volerci pensare, non volercisi preparare.

Allontanarsi per morire in solitudine, come gli animali.

Fuggire saltellando, piroettando come un saltimbanco sulla corda del tempo: una breve corda tesa che permetta con le acrobazie anche lo stordimento, in modo da farsi cogliere di sorpresa quando verrà il momento, così come generalmente accade per tutti.

E che gli dico?

Che nel Libro del Tao è scritto che “la luce del sole che tramonta rammenta la limitatezza e la caducità della vita. Ma per l’uomo che intraprende la via morire presto o tardi è indifferente. Egli cura la propria persona e aspetta la sua sorte rinsaldando così il proprio destino, nella compenetrazione del destino con l’esistenza.”

Oppure gli parlo della morte fisica come difesa dalla morte psichica?

Ma questa è la formula che vale per chi vuol suicidarsi.

Che ironia ripensare alle mie ampollose ricette sull’importanza di confrontarsi interiormente col sentimento della morte, quando la morte naturale è in agguato: l’ultimo volto di donna sta ormai per mostrarsi all’appuntamento promesso e ora notificato.

Già, ma la morte che incombe adesso emancipa solo dalla vita.

L’ultima iniziazione non permette più inganni né raggiri, non può più essere evitata né esorcizzata.

Impone un passaggio obbligato assolutamente inesplorabile e irriferibile.

Le possibili interpretazioni diventano solo divagazioni dispersive, che prefigurano e si caricano di confuse visioni orrifiche: inascoltati “a solo”, monologhi discendenti nel silenzio.

– 7 – Memoria.

Ricordo bene l’impressione funesta di una rottura improvvisa del tempo.

Quando non c’è più tempo per interpretare e per costruire non resta che il tempo della identificazione.

E’ vero che resta almeno la possibilità di rimanere accanto e fare da accompagna­mento, come un corteo al seguito.

Perché, come potrei aiutarlo in altro modo ad affrontare la morte non essendo io mai morto?

Non si può fare da guida in luoghi che non si conoscono.

Non si può portare un altro più avanti di dove siamo arrivati noi.

Tutt’al più gli si può mostrare la strada che continua, ma poi dovrà percorrerla da solo.

E se fosse che chi muore ci vuole accanto quasi per vendetta?

– Stammi vicino, non lasciarmi solo! -, quasi a invitarci a morire con lui.

E magari faremo altrettanto anche noi, quando sarà il momento.

Faremmo altrettanto al suo posto: è per questo che ci viene da capirlo.

Oltre al fatto che, invece, ci si prospetta una grossa occasione nel rimanere vicini, perché, una volta condivisa l’angoscia, poi però noi restiamo in vita.

Solo bisogna essere in grado di non sentirne la colpa: la colpa di vivere, di sopravvivere, di esserci.

Si dovrebbe cambiare posizione durante il viaggio: da guida ad accompagnatore, lasciando però poi la prerogativa del traguardo.

Si, si potrebbe anche accettare questa compagnia, questa via di passione, e magari così crearci una premessa per una aspettativa analoga.

Ma questa volta avevo un alibi inattaccabile: non mi era stato richiesto, anzi, ero stato chiaramente diffidato!

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