Letizia (caso clinico)

( Rimozione e costruzione reattiva )

Le incerte motivazioni di una richiesta

Parlandomi, faceva continui riferimenti alla montagna, anche  se l’ultima volta che c’era stata era ancora una ragazzina, più di vent’anni prima. Nei suoi racconti erano frequenti gli esempi tratti dallo sci, dalla neve, o magari le allusioni ai paesaggi o alla vita della montagna.

Con il freddo di stamattina e il riscaldamento che non andava ci sarebbe proprio voluto qualcosa di forte prima di uscire di casa: un vov caldo prima della discesa.-

Oppure: – Oggi, mi hanno presentato una questione che proprio non m’aspettavo: come incontrare improvvisamente una lastra di ghiaccio.Non sapevo bene se tenere maggiormente di spigolo o lasciarmi scivolare fino a incontrare un punto di maggiore presa .-

O ancora: – Hai mai notato che magia, a Milano, quei rari tramonti, così rosa, come quello di oggi, qui? Con fantasia, si poteva immaginare il Faloria sulle guglie del Duomo.-

Forse era solo un modo per arricchire le descrizioni dei fatti con piccole evasioni figurative, e così dare un po’ di colore alla monotonia quotidiana.

Ma, da come ne parlava, sembrava davvero un problema, per lei, il fatto di non essere più andata in montagna, di aver abbandonato lo sci, dove pure era così brava.

D’altro canto tutte le situazioni rischiose, capaci di provocare traumatismi, sia pur di lieve entità, venivano sistematicamente evitate, dopo il matrimonio.

Ma, quando si ama, non fa poi troppo sacrificio rinunciare alle cose impraticabili per l’altro.

Il fatto era che suo marito aveva una curiosa malattia, che non si vede, e non incide affatto né sull’aspetto, né sull’ intelletto.

Anzi, molto spesso, gli impedimenti fisici esaltano sensibilità e intelligenza.

Una malattia dal nome dolce a pronunciare, ma in fondo vampiresco nel significato, che viene trasmessa ereditariamente, secondo una curiosa araldica, che in genere fregia solo i discendenti maschi: emofilia.

Si può ben capire quali e quante questioni complesse tale condizione inserisce in un rapporto.

Questo sì che poteva essere sufficiente motivo di sofferenza, alla lunga.

Invece, anche tale questione sembrava sufficientemente dominabile, come d’altronde era avvenuto per tutti i quasi vent’anni di matrimonio, che peraltro aveva accettato e voluto consapevolmente, in una scelta convinta e senza ripensamenti.

Tutto sommato la sua esistenza sembrava poggiare su un equilibrio, magari anche faticoso da sostenere, talvolta, ma in fondo ben realizzato, e neanche privo di momenti di soddisfazione, di gioia, e anche di successo.

Se non fosse stato per sua madre…così egoista, così importante, così sprovveduta, così fondamentale.

E tuttora così incombente, in un modo così concreto, oggettivo, reale: in un modo così incomprensibilmente profondo.

Possibile che anche in un’età ormai matura, ormai passata la metà della vita, la causa di maggior tormento sia ancora e sempre riferibile a una madre?

Specchio specchio delle mie brame, finché c’è la mamma non sarà Biancaneve la più bella del reame!

Che poi non era propriamente questione di bellezza, di avvenenza fisica.

O forse anche.

Certo, Letizia non aveva gli stessi colori chiari di sua madre, bionda con gli occhi azzurri, e inoltre non sapeva essere così bamboleggiante.

Aveva preso i colori del papà, ma anche la sua intelligenza. 

E il papà era così innamorato di quella donna, tanto femminilmente capricciosa!

Ecco, si, Letizia era un altro tipo.

Certamente carina, ma, forse per non vedersi come la madre, oppure proprio per indole diversa, era sempre stata più risoluta, efficiente:…quando era piccola dicevano “un po’ maschiaccio”.

Ma poi cosa c’entra la femminilità con le scelte di studio e di lavoro?

Queste sono al di fuori da ogni distinzione di sesso, come tante altre cose, come lo sport, come l’intelligenza. 

O forse bisognerebbe essere un po’ oche per esprimere al massimo la femminilità?

Per dirla fino in fondo avrebbe proprio aborrito diventare un'”ochetta” come la madre.

Eppure quell’ochetta valeva tanto più di lei!

Non si supera con facilità una regina, di cui peraltro si ha anche bisogno, e a cui si vuole anche bene.

Ma sua madre era stata solo una regina un po’ troppo giovane per occuparsi bene di fare anche la mamma.

Ritrovamento di un ricordo

Le poesie dei ragazzi spesso risentono delle consuetudini della scuola, delle lezioni ascoltate appena, ma che comunque lasciano qualche traccia, di versi imparati a me­moria, prima ancora di averli capiti nel significato, e poi magari ripetuti in una me­trica cadenzata con stereotipia.

Ingenui endecasillabi, e rime che non tornano, per lo più giacciono abbandonati fuori dalla memoria e ingialliscono in vecchi ripostigli.

Solo un reperimento occasionale, durante uno sgombro, ad esempio, o una pulizia più radicale, può casualmente permetterne una rilettura, che sovente fa sbalordire come novità, e carica il ricordo con la sensazione di una scoperta. 

Spesso, d’altronde, nell’il­lusione di rileggere ci si stupisce come di un nuovo apprendimento.

Così, nel ritrovare lettere dimenticate, Letizia si era ricordata di Lorenzo, del suo primo amore, o forse l’unico?

Che assurda presunzione di assoluto, di esclusività, lega gli amanti, a dispetto di ogni evidenza, che attribuisce solo a una madre la prerogativa dell’unicità.

O forse è proprio questa la pretesa inconsapevole di un amante: sostituirsi a una madre!

Quale arcana analogia, dunque, univa queste due persone: sua madre e Lorenzo?

L’unica somiglianza sembrava poggiare sul fatto che il pensiero sia dell’uno che dell’altra si accompagnava allo stesso gusto in gola, allo stesso sapore nei sentimenti, agli stessi desideri e alla stessa angoscia. 

Anche se può apparire curioso che una problematica figura materna sia potuta rimbalzare e riproporsi in quella di un partner.

Lorenzo…risorto da un tempo congelato e riposto in cantina. 

Era lui la montagna, la neve, lo sci, con tutti gli altri della compagnia; era lui l’amore giovane, la guerra, la sconfitta.

Riflessioni su un conflitto

La funzione di una madre non riguarda solo il nutrimento, l’accudimento, la saturazione dei bisogni primitivi, l’acquietamento delle angosce.

Una madre è anche un’immagine, un riferimento d’identità.

Per certo una regina va rispettata e temuta; ma è bene anche che si guadagni tutta la stima possibile, per evitare di suscitare invidia anziché ammirazione e affetto.

E, dopo ciò, che sia anche pronta a riconoscere il valore dei suoi sudditi, a premiare i cavalieri di valore.

Ciononostante non accetterà mai di concedere investiture pari al suo rango: sarebbe come proclamare la propria fine. 

Com’è fallimentare, dunque, per una principessa il tentativo di conseguire con i propri meriti un riconoscimento di parità da parte della sua una regina!

Pertanto si potrebbe pensare di uccidere la regina.

Ma poi il suo fantasma incombente ricorderebbe in eterno un confronto mai portato a termine, risolto solo attraverso un’azione violenta, da una posizione di inferiorità che non trovava migliori sviluppi.

Meglio lasciar svilire dal tempo, dunque, un’immagine così importante.

Lasciare che si svaluti pian piano, che sminuisca, che rimpicciolisca da sé.

Si deve, perciò, confidare nell’attesa, e non mancare di pazienza.

Ma è anche vero che il desiderio di uguagliare la figura della massima importanza, e di occupare il suo posto, è sovente contrastato da un desiderio opposto: quello d’affidamento nei suoi confronti, o, più propriamente, d’amore.

L’ambivalenza inibisce ogni movimento, quando l’oggetto d’amore è simultaneamente l’immagine di ciò che si vorrebbe essere, e inoltre l’entità capace di proteggere, ma poi anche di giudicare, e dunque avvalorare quello che si è.

Non sembra di toccare un problema che pertiene piuttosto gli gnostici che non una giovane fanciulla? 

Preservare Dio al di fuori e al contempo divenirlo!

In certi frangenti i bisogni dell’amore e quelli dell’identità sembrano contrapporsi, e poi mescolarsi, confondersi, risultare inestricabili, irrisolvibili.

Un ragazzo innamorato, invece, non vuole competere; vuole solo essere certo dell’amore dell’amata, della sua fedeltà. 

E così anche una regina: è talmente ricca e importante che non pensa certo di dover competere con la figlia ( o forse evita sa­piente­mente di farlo! ); vuole solo la sua obbedienza, la sua dedizione.

Ma allora, stando così le cose, che vantaggio avrebbe Letizia ad accettare un ruolo da soggiogata, da sottomessa, e addirittura gioirne?

Meglio imperatrice di un impero inesistente, o di una piccola lontana colonia, anche disabitata, che reginetta d’accatto nel reame di un altro, o dama di compagnia, principessa consorte.

Lettera immaginaria alla madre e a Lorenzo

“Vorrei essere bella e ammirata come te, mamma.

E inoltre avere quella tua sicurezza sfacciata e ignorante, che ti esime dal doverti arrovellare nei dubbi, perdere negli interrogativi.

Da dove ti deriva tanto privilegio?

Per quale merito innato hai acquisito tanto vantaggio senza sforzo di conquista?

Come mai questa tua soverchieria è onorata come diritto, rispettata come giustizia?

Nel profondo so bene che proprio le mie fatiche e i miei impegni dovrebbero nobilitare maggiormente i miei meriti, per le difficoltà superate attraverso i raggiungimenti.

Ma poi tu scambi le mie sofferte affermazioni e i miei risultati per espressioni naturali, come luce riflessa dalla tua essenza, o come ulteriori doti di tua appartenenza, appartenendoti io.

Talvolta avrei voglia di agire male, di acquisire demeriti, e così scalfire, sciupare, intaccare, attraverso di me, una tua parte.

Forse perché solo in tal modo potrei conseguire cose che sfuggirebbero alla tua sistematica appropriazione.

E però, così facendo, esproprierei anche me stessa dei miei più profondi desideri di successo e di affermazione.

Né otterrei in cambio una maggiore attenzione da parte tua, un maggior aiuto, una maggiore vicinanza.

Anzi, con tutta sicurezza, avrei guadagnato solo spazi di dissenso e di deplorazione, aree di disconoscimento. 

Pertanto, costantemente, ho l’impotente impressione di non poter far nulla.

Il mio vacillare reclamerebbe affetto e sostegno, e invece non incontra che il biasimo e la lontananza.

Le mie benemerenze, al contrario, non fanno che arricchire ulteriormente te, in un controsenso che paradossalmente aumenta il nostro dislivello piuttosto che ridurre le distanze.

E tu, Lorenzo: da dove ti deriva quella dotazione originaria che ti fa subito importante, subito vincitore senza bisogno di scendere in gara?

Che c’entri la condizione sociale in questa circostanza? 

Che fregatura un’appartenenza medio-borghese!

Si affitta per l’estate un appartamento con giardino, che confina con un altro, neanche tanto più grande, ma che i proprietari usano raramente, potendosi dividere in altre proprietà.

Il Circolo della Stampa e le Scuole in comune, in città; e poi gli stessi “bagni” al mare.

Senza differenze di cultura e di educazione è difficile intendere, e accettare, le differenze di possesso, la protervia di chi ha già senza dover conseguire.

Il mio amore ha già tutto,

gli manco solo io.

E che amore può darmi?

Può solo prendersi il mio.

Vorrei dargli il mio amore

ma poi io non ho nient’altro.

Il suo amore è come un bisogno

di completare un collezionismo.

Io, che ho solo me,

nel dare il mio amore mi perdo.

Mentre avrei voglia, dando il mio amore,

di ritrovarmi.

Ho anche voglia di perdermi.

Ma non in modo così gratuito,

così sterile,

così inutile,

così…per niente.

Con te, mamma, lo capisco ora, qualsiasi contesa è assurda. 

La nostra differenza d’età elimina ogni confronto.

Forse il tempo riaggiusterà le cose.

O forse le capovolgerà soltanto, senza nessun equilibrio, rovesciando le parti e creando dislivelli nuovi.

Ma con te, Lorenzo, no!

La nostra gara va giocata, in ogni circostanza, nella vita, nello studio, nello sport.”

Reminiscenza di un amore

Talvolta l’amore giovane non sa voler bene.

Non può voler bene.

E’ ancora troppo preso di sé.

L’amore giovane è ancora carico d’amore ricevuto.

Non conosce bene l’assenza, anche se la lamenta spesso.

E così è in grado di essere incline al rifiuto, alla provocazione, alla sfida.

Non è nemmeno da dire che il tempo fa sì che ci si accontenti e basta, in una sorta di rassegnazione, che, come tale, svela sempre il suo contrario, con malcelata ipocrisia.

Il tempo, semmai, elimina molte illusioni, chiarisce con più realismo i bisogni, smaschera con maggior evidenza, e talvolta fa anche accettare, i propri limiti e le proprie insufficienze.

Ma un amore giovane questo ancora non lo sa.

O, forse, in procinto di saperlo, non vuole ammetterlo. 

Pertanto, un’iniziale incertezza circa la propria potenza, alla ricerca di autoconvincimento, non può che alimentare una competizione, nell’ansia di una verifica.

Oppure si potrebbe dire che un amore giovane non è ancora amore: è piuttosto bisogno di affermazione, amor di sé.

Ma poi, con quale diritto in fondo si può rivendicare la pacatezza di un amore debole e pacifista, un amore vecchio, quando é noto che la generatività stessa abbisogna di un intervento forte?

E, tuttavia, un amore esuberante, che esprime magari nella sfida la sua possibilità di riconoscimento, mostra sovente, come contraltare, la distruttività.

Talvolta, infatti, il gioco prende la mano, il caso appesantisce l’azzardo, e la sorte scivola all’insaputa sul campo di gara.

Tyke beffarda sorprende spesso gli sfidanti.

Anche se la vecchia dea Fortuna, per chi è incline a prendersi sul serio, forse troppo,  non gode di molta familiarità.

Come sopporterebbe di buon grado un giovane, proteso nell’affermazione di sé, nella sua caparbia audacia, di desautorarsi della propria incisività, di assoggettarsi all’idea di non essere determinante, di costituirsi tutt’al più come occasione? 

Oltretutto sembrerebbe un affronto alla ragione, il non poter collegare i fatti con cause specifiche, in una connessione al di fuori da qualsiasi casualità.

Dike convince molto di più.

La dea Giustizia ingombra di responsabilità, ma in tal modo dà consistenza, individua, in certo senso nobilita.

Per questo un bisogno di affermazione preferisce la colpa e la condanna rispetto a un’ineluttabilità che sovrasta e trascende.

Un amore vecchio forse accetta anche la sua inutilità.

Un amore giovane, invece, ricerca la propria efficacia in ogni modo, sia pur come potenza nefasta, magari attribuendosi causa e motivo delle sventure che comunque possono verificarsi.

O forse sta ancora giocando, come i bambini, con leoni di cartapesta, che dunque dovrebbero rimbalzare intatti contro qualsiasi pilone.

Peccato che i piloni però non lo sappiano.

Precisazione di un ricordo

Faceva freddo quel giorno, come capita spesso a Dicembre. 

A quel tempo, poi, si saliva in seggiovia; non c’erano ancora le cabine, come adesso, che riparano dal vento.

Nel rifugio:  un vov caldo.

Eppoi un altro, perché il freddo è molto.

E magari anche una grappa, da dividere in compagnia, per caricarsi un po’ di più.

Lo si vedrà chi arriverà primo!

Quando ci sono le capacità e il coraggio, la differenza di sesso incide solo per il peso.

Ma è poca cosa in una pista ripida, dove è più importante l’agilità, per il corto raggio.

Quello buffo, vestito di rosso e con i guanti bianchi, è un amico recente, di villeggiatura.

Ha più incoscienza che abilità.

E’ vero, peraltro, che l’incoscienza riguarda un po’ tutti. 

Si scende senza regole: vale anche tagliarsi la strada.

Il Cristallo è già in ombra.

E’ ormai l’ultima discesa della giornata. 

Sarà veloce, con la pista ghiacciata com’è. 

“Allora Sandrina è meglio che rimanga un po’ indietro.

Se le prende la paura è capace di fermarsi all’improvviso, e magari le vado contro.

Lorenzo stavolta non la spunta.

E’ legnoso nei movimenti, forse è un po’ stanco.

Siamo quasi alla fine.

Ma quello…”

 – Lorenzo!, guarda che volo, non si ferma più.

Ha gli sci a monte, va giù con la testa e prende velocità! 

Perché non si rovescia verso valle, per tenere con le lamine sul pendio? 

Così non fa attrito. 

Ah…il pilone! 

Va a sbattergli contro. 

Guarda, perde sangue. –

 – E’ la tuta che è rossa, non è sangue.

Fuggiamo, fuggiamo, andiamo via. –

 – Chi gli ha tagliato la strada, chi lo ha urtato? –

 – Scappiamo, ti dico, non c’entriamo. –

 – Perché? Gli serve aiuto. –

 – Ci sono già i maestri, non lo vedi?

Ci penseranno loro, sarà meglio.

E non si è fatto niente. 

Cosa vuoi?

Si cade di continuo. 

Non c’è sangue.

Sennò, certo: bisogna prendersi cura di uno che perde sangue! 

Ha spigolato male, è scivolato.

E’ caduto da solo, per spavento. –

Bisogna prendersi cura di uno che perde sangue. 

Rimanergli accanto.

E se la ferita è mortale?

Non si può più lasciarlo, fino alla morte, tentando di curarlo, di salvarlo.

E se muore?

E se fossi stata tu?

La legge del taglione è chiara: chi di spada ferisce… 

Dovrà capitare anche a te, sciando.

La prossima volta sarai tu la vittima.

Dovrai evitare per sempre il luogo della vendetta, il luogo della giustizia.

Mai più sciare!

L’ultima discesa

Rosso il colore della giacca a vento,

Rosso del sangue, rosso del tramonto. 

Rosso le labbra, aperte alla risata.

Eppoi le labbra, ferme di sgomento. 

Rosso le labbra, chiuse sopra un grido. 

Eppoi le labbra, chiuse nel silenzio.

Rosso quel pomeriggio di dicembre, 

Calato tra i piloni e la discesa. 

Rosso il coraggio, bianca la paura. 

Bianca la neve, bianca l’avventura.

Era rosso il decoro di natale.

Rosso la fiamma della candela bianca. 

Rosso i nastrini, bianca la tovaglia, 

Di quel rega­lo audace, di quel giorno: 

Bianchi quei guanti, bianchi immacolati. 

Bianca la valle e i volti impreparati. 

Bianchi i piloni, subito arrossati.

Nera la fuga di chi non ha soccorso. 

Nero di rosso il bianco del cemento. 

Nera la fuga pavida nel bosco.

E il nero e il bianco e il rosso è già ricordo, 

Che viene avvolto piano in un segreto,

Nel cuore rosso,

Ammantato di bianco,

Nel buio nero sepolto.

La vita dopo il fatto

Ha cessato ogni spavalderia Letizia, ha riposto ogni competizione.

Bisogna prendersi cura di uno che perde sangue. 

Non cerca più riconoscimenti, non ottiene più successi. 

Forse sta realizzando quel vecchio proposito negativo: agire male, conseguire demeriti.

Nessuno sa, oltre a Lorenzo, nessuno può capire.

E, in seguito, incontra sempre più riprovazione e dissenso.

Ma è giusto così; anzi, un’assassina dovrebbe meritarsi anche di peggio.

Che farsene più di un amore giovane che è solo pavido e pusillanime, da vigliacchi?

Bisogna prendersi cura di uno che perde sangue.

Via anche Lorenzo.

Un amore sospeso, 

che avrebbe dovuto brillare con la luce dell’alba 

e risplendere con quella dei tramonti, 

e di notte luccicare ancora.

E dopo, 

fuori dal tempo dei giorni, 

attraverso le stagioni, 

realizzare le stelle, 

ine­briare di valori e di sentimenti.

Bisogna prendersi cura di uno che perde sangue.

Un amore rappreso, 

confinato in un segreto di volgarità e di dolore, 

ancorato a una scelleratezza funesta, 

affondato nel crimine e nella paura.

Bisogna prendersi cura di uno che perde sangue.

Sì, bisogna poter riparare, prodigarsi; l’espiazione del pentimento non basta.

Dopo pochi anni, lontana dagli spruzzi della neve, di cui risente ancora le gocce come un’amara rugiada perenne, Letizia può finalmente sposarsi.

Che strana coincidenza, apparentemente non colta, che curiosa nuova sfida di fronte al mondo, unirsi a un uomo sofferente di emofilia.

Il sangue che tu perdi non si ferma.

Tu perdi sangue, amore, e io sto con te.

Finché ti sarò accanto non morrai.

Né io sarò colpevole di niente.

Mai più potrò sciare, tu non sai,

Ma restando con te che me ne importa. 

Nemmeno tu lo puoi, non puoi aver male, 

Non si può certo andare sulla neve. 

Si scivola, si cade, non si può.

C’è pericolo di urti, e di piloni,

Di dissangui ferite, e poi sentenze

Di morte orrenda, ancor non eseguite.

La pista era finita già quel giorno, 

E non ricordo più da quanto tempo, 

Ho messo via la tuta e gli scarponi. 

Via l’equipaggiamento, via per sempre, 

Gli sci e gli attacchi, ultima maniera, 

Oggi vecchi cimeli, rarità.

Epilogo

Sono passati più di vent’anni.

Se ormai l’atteggiamento sacrificale non trova più convincente giustificazione, la condanna per una vecchia colpa è stata completamente espiata.

Forse serviva riesumare dall’archivio il vecchio processo mai dibattuto, e suggellarne l’indulto, come sentenza scontata. 

Pertanto d’ora in avanti il sacrificio è avvertito solo come sofferenza, e allora si chiede aiuto dove si può per alleviarla. 

Accade di non saper ben collegare sofferenza e motivi.

Ed è anche vero, talvolta, che i motivi si accumulano e si rinforzano, a partire da difficoltà lontane, che non hanno trovato una corretta risoluzione, o che addirittura sono state mal individuate, e illusoriamente raffigurate da episodi di copertura.

Si potrebbe a questo punto dire che per Letizia sono passati ben più di vent’anni, in riferimento alle sue questioni più antiche: tutto il tempo a partire dall’infanzia.

E tutto sommato niente è mai stato sufficiente per acquisire l’apprezzamento materno, quella manifestazione di stima, quel riconoscimento di valore sempre cercati.

E’ proprio vero che non si trova ciò che si cerca, quando lo si continua a cercare nel luogo, o nella persona sbagliati.

E a che serve aver capito adesso quel lontano conflitto, ormai così anacronistico, ormai così dimenticato, da chiunque, ormai così…in fondo inesistente.

La mamma: povera anziana signora, in bilico tra la solitudine e il disorientamento, tra la depressione e la vecchiaia, tra il declino e il bisogno.

Forse, spesso, quando si è in grado di capire è già troppo tardi, e non ce n’è più vantaggio.

Il senno del poi è solo inutilità e arroganza.

Quando tutto è decantato,

è al di là della ribalta, 

è fuori scena,

quasi in un ripensamento postumo,

dopo la rappresentazione, 

dopo la recita,

allora,

e solo allora forse,

la trama appare in tutta la sua semplicità sconcertante,

in una comprensibilità fin troppo banale,

in una ovvietà senza appello.

Che fare delle cose capite quando queste non esistono più?

La mano tremante di una vecchia signora 

aspetta solo la rassicurazione di un’altra mano, 

che calmi, 

che guidi, 

che scaldi d’affetto un inverno ingravescente, 

che plachi i vuoti della memoria con manifestazioni di presente, 

e accompagni, illudendo, verso l’ultima serenità incombente.

Quella stessa mano, 

che aveva indicato regole e traguardi, 

assumendo atteggiamenti di giudizio, 

additando paure, 

minacciando castighi.

Capire durante, 

essere consapevoli delle proprie scelte di vita nel momento delle scelte: 

questo sarebbe utile.

Se non è possibile comprendere il senso di un destino mentre si forma, 

potrebbe essere conveniente non saperlo mai più.

Può tornare a sciare, ora, Letizia, senza più alcun problema di condanna.

L’unico pegno è la fatica di una tecnica da riacquisire, una forma da ritrovare, una scioltezza da conquistare ancora. 

Ma scopre che non c’è più molto motivo per ricominciare, né qualcuno con cui valga di nuovo la pena.

Il ragazzo morto del passato, nel presente è ancora solo ferito, ritrovato nel marito come un compagno a cui non può che rimanere accanto. 

La responsabilità di un matrimonio lo esige, anche se le motivazioni inconsapevoli di un tempo non trovano più giustificazione accoglibile nella realtà attuale.

Ma l’aver capito i motivi inconsapevoli di un matrimonio non basta per eliminare un patto sottoscritto, per annullare un legame concordato.

Anzi, può addirittura obbligare maggiormente una coscienza ormai lontana dalla protervia delle vecchie sfide.

Che fregatura, in fondo, aver potuto capire!

Sembra piuttosto una perdita che un’acquisizione.

Una regina che non c’è più, 

un morto che non è morto, 

e tante cose che non si son fatte, 

che non si possono più fare.

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di Massimo Adolfo Caponeri di Camepsi

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